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Ex Ilva di Taranto, si spegne l’area a caldo dopo 60 anni. E ora rischia di saltare anche la vendita

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Sono iniziate le operazioni di spegnimento degli altiforni dopo la decisione della Cassazione. Federacciai valuta il ritiro dalla gara, mentre l’8 novembre scade il termine per le offerte vincolanti. Migliaia di lavoratori attendono risposte sul futuro dello stabilimento.

TARANTO, 6 novembre 2026 – Dopo oltre sessant’anni, l’ex Ilva di Taranto si prepara a chiudere una delle pagine più importanti e controverse della sua storia industriale. Sono iniziate le operazioni di spegnimento degli impianti dell’area a caldo, il cuore dello stabilimento siderurgico che per decenni ha rappresentato una delle principali realtà produttive italiane. Una svolta che arriva mentre resta irrisolto il futuro della fabbrica e si avvicina una scadenza decisiva per la sua vendita.

L’8 novembre termina infatti il periodo concesso ai potenziali acquirenti per presentare le offerte vincolanti. Ma proprio nelle ultime ore sono emerse indiscrezioni su un possibile passo indietro della cordata italiana guidata da Federacciai. Se confermato, il ritiro renderebbe ancora più difficile trovare una soluzione industriale capace di garantire occupazione e continuità produttiva.

La Cassazione conferma lo stop, iniziato lo spegnimento degli impianti

A determinare l’accelerazione è stata la decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che il 29 ottobre hanno respinto i ricorsi presentati dalle amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e Ilva.

La Suprema Corte ha confermato il provvedimento della Corte d’Appello di Milano, che aveva disposto la fermata dell’area a caldo a seguito dell’azione promossa da undici cittadini legati all’associazione Genitori Tarantini.

Al centro della vicenda giudiziaria ci sono i rischi per la salute connessi alla presenza di amianto negli impianti e alle emissioni di polveri sottili. Secondo quanto emerso nel procedimento, nello stabilimento risultano ancora presenti oltre duemila tonnellate di amianto.

Il 3 novembre l’azienda ha comunicato ai sindacati l’avvio delle operazioni. Gli interventi riguardano anche lo spegnimento dei bruciatori che mantengono in preriscaldo i cowpers, gli apparati utilizzati per riscaldare l’aria destinata agli altiforni.

Non si tratta, quindi, soltanto di interrompere temporaneamente la produzione. Il fermo degli impianti apre interrogativi sulla possibilità tecnica ed economica di una futura ripartenza del ciclo tradizionale.

Federacciai verso il ritiro, la vendita dell’ex Ilva si complica

La chiusura dell’area a caldo arriva nel momento più delicato della procedura di vendita.

La cordata promossa da Federacciai, composta da imprese siderurgiche italiane, aveva manifestato interesse per una parte delle attività del gruppo, concentrandosi sugli stabilimenti e sulle lavorazioni a freddo, senza comprendere gli altiforni di Taranto.

Dopo settimane di verifiche industriali e finanziarie, secondo le indiscrezioni pubblicate dalla stampa economica, gli imprenditori starebbero valutando di non presentare un’offerta vincolante.

Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha però precisato che una decisione definitiva non era ancora stata assunta, rinviando ogni comunicazione ufficiale.

Resta in campo l’interesse del gruppo indiano Jindal, mentre il fondo americano Flacks ha ribadito di considerarsi ancora in gara, dichiarando la propria disponibilità a investire nella produzione di acciaio attraverso forni elettrici.

Le manifestazioni di interesse, tuttavia, non equivalgono a offerte definitive. Sarà la scadenza dell’8 novembre a chiarire quali soggetti siano realmente disposti ad assumersi gli impegni economici e industriali necessari.

Il futuro dei lavoratori e dell’indotto resta senza certezze

Dietro la crisi dell’ex Ilva ci sono migliaia di lavoratori, famiglie e imprese che dipendono direttamente o indirettamente dall’attività siderurgica.

Il problema non riguarda soltanto gli addetti dello stabilimento tarantino. La procedura coinvolge anche gli altri siti produttivi del gruppo e un sistema di appalti, forniture e servizi che negli anni ha costruito una parte importante della propria attività attorno alla fabbrica.

Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto interventi straordinari a tutela dell’occupazione e dell’indotto, insieme a un’accelerazione del percorso di decarbonizzazione.

Anche un eventuale acquirente interessato alle sole lavorazioni a freddo dovrebbe chiarire quanti dipendenti intende mantenere, quali reparti continuerebbero a funzionare e da dove arriverebbe l’acciaio necessario ad alimentare la produzione.

È questo uno dei punti più delicati della vicenda: salvare una parte delle attività industriali non significa automaticamente salvaguardare tutti i posti di lavoro.

Dopo sessant’anni Taranto deve decidere quale industria vuole conservare

Lo stabilimento siderurgico, entrato in produzione negli anni Sessanta, ha profondamente trasformato Taranto. Ha creato occupazione, attirato lavoratori e contribuito allo sviluppo industriale del Paese, ma ha anche segnato il territorio con una lunga controversia ambientale e sanitaria.

Per anni il confronto pubblico si è concentrato sulla possibilità di conciliare produzione, tutela della salute e risanamento ambientale. Le vicende giudiziarie, le crisi societarie e i ripetuti tentativi di rilancio non sono riusciti a dare una risposta stabile.

Oggi lo spegnimento dell’area a caldo rende quella domanda ancora più urgente.

La riconversione attraverso forni elettrici viene indicata come una delle possibili strade, ma richiede investimenti, infrastrutture energetiche, materie prime adeguate e soprattutto un piano industriale credibile. Non basta sostituire una tecnologia con un’altra per garantire automaticamente gli stessi livelli produttivi e occupazionali.

C’è poi un’altra questione che riguarda direttamente Taranto: la bonifica delle aree industriali e la destinazione degli impianti che non saranno più utilizzati. Anche un eventuale nuovo assetto produttivo dovrà fare i conti con le responsabilità ambientali accumulate nel tempo.

L’8 novembre scadono le offerte: tre scenari per l’ex Ilva

La prossima scadenza non rappresenta una sentenza giudiziaria, ma il termine della procedura per la presentazione delle offerte vincolanti.

Se arriverà una proposta industriale sostenibile, si aprirà una nuova fase di valutazione e trattativa. Se gli investitori dovessero limitare l’interesse alle sole lavorazioni a freddo, il problema principale diventerebbe la gestione degli impianti esclusi e degli esuberi potenziali.

Nel caso in cui non arrivassero offerte adeguate, tornerebbe centrale il ruolo dello Stato, chiamato a decidere come affrontare la crisi di un settore considerato strategico per l’economia nazionale.

Il rischio è che lo spegnimento degli altiforni segni la fine di un modello industriale senza che sia ancora pronto quello destinato a sostituirlo.

Per Taranto la questione non è più soltanto stabilire chi acquisterà l’ex Ilva. È capire quale attività produttiva potrà realmente sopravvivere, quanti lavoratori troveranno posto nella nuova organizzazione e in quali tempi sarà possibile garantire il risanamento ambientale.

Gli altiforni si stanno spegnendo. Il futuro della fabbrica, invece, resta ancora tutto da scrivere.

Redazione Pugliapress

PugliaPress Quotidiano cartaceo e online dal 7 dicembre del 2000 redazione@pugliapress.it direttore@pugliapress.it

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