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Ex Ilva di Taranto, il Governo non dà date: quasi 7mila lavoratori a rischio cassa integrazione

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Dopo l’incontro a Palazzo Chigi resta incerto il futuro dello stabilimento. La vendita è attesa a novembre, mentre aumentano le preoccupazioni per la cassa integrazione e per i lavoratori delle mense e delle pulizie.

TARANTO, 28 ottobre 2026 – Il Governo conferma la volontà di trasformare l’ex Ilva di Taranto in uno stabilimento meno inquinante, ma non è ancora in grado di dire quando inizieranno e finiranno i lavori. Intanto migliaia di lavoratori vivono nell’incertezza, tra il rischio di cassa integrazione e la paura di perdere il posto.

È quanto emerso dall’incontro del 27 ottobre a Palazzo Chigi tra Governo e sindacati. Un confronto molto atteso, che però non ha portato le risposte che i lavoratori chiedono da tempo. ANSA.it+1

Il Governo vuole cambiare l’ex Ilva, ma mancano ancora le date

Il progetto resta quello di sostituire progressivamente gli attuali impianti con forni elettrici, per produrre acciaio riducendo le emissioni inquinanti.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha confermato l’impegno del Governo, spiegando però che al momento non è possibile stabilire un calendario preciso.

Ci sono soprattutto due problemi da risolvere.

Il primo riguarda la vendita dell’ex Ilva. Entro l’8 novembre 2026 dovranno arrivare le offerte vincolanti da parte dei soggetti interessati all’acquisto.

Il secondo riguarda la decisione della Corte di Cassazione sulla vicenda giudiziaria dell’area a caldo dello stabilimento.

Senza conoscere l’esito di questi passaggi, il Governo sostiene di non poter presentare un piano industriale definitivo.

Cassa integrazione, a Taranto coinvolti potenzialmente quasi 7mila lavoratori

Una delle maggiori preoccupazioni riguarda il lavoro.

I commissari hanno presentato una richiesta per portare da 4.450 a un massimo di 8.622 i dipendenti interessati dalla cassa integrazione in tutti gli stabilimenti del gruppo.

Soltanto a Taranto la richiesta potrebbe riguardare fino a 6.964 lavoratori, su un totale di 7.875 dipendenti.

Non significa che tutte queste persone finiranno contemporaneamente in cassa integrazione. Il Governo ha spiegato che si tratta di numeri massimi e che è prevista una rotazione tra i dipendenti.

Resta però una situazione difficile per tante famiglie che non sanno quanto potranno lavorare nei prossimi mesi. ANSA.it+1

Protestano anche i lavoratori delle mense e delle pulizie

La crisi dell’ex Ilva non riguarda soltanto gli operai dello stabilimento.

Il 27 ottobre circa 60 lavoratori del Gruppo Pellegrini, impegnati nel servizio mensa, hanno manifestato prima davanti alla portineria dello stabilimento e poi sotto la Prefettura di Taranto.

Temono di perdere il lavoro senza poter contare sulla cassa integrazione.

Secondo i sindacati, oltre mille persone impiegate nei servizi di mensa, pulizia, vigilanza e altre attività rischiano di restare senza tutele adeguate.

È uno degli aspetti più preoccupanti della vicenda. Quando si riduce la produzione di acciaio, diminuisce anche il lavoro per tante aziende esterne che ogni giorno garantiscono il funzionamento dello stabilimento.

Nuove aziende a Taranto, si cercano altre possibilità di lavoro

Il Governo sta valutando anche nuove attività industriali per il territorio.

Sono stati avviati contatti con Leonardo, Fincantieri, Ferrovie dello Stato e Rheinmetall per capire se sia possibile realizzare investimenti e creare nuove opportunità di lavoro.

Si tratta, per il momento, di confronti e ipotesi. Non ci sono ancora accordi definitivi né numeri certi sui posti che potrebbero essere creati.

Si sta lavorando anche a possibili incentivi per chi sceglierà di lasciare il lavoro e a misure per consentire ad alcuni dipendenti di andare in pensione prima. Anche in questo caso mancano ancora i dettagli.

L’8 novembre sarà una data importante per il futuro dell’ex Ilva

Il prossimo passaggio sarà quello delle offerte per l’acquisto degli stabilimenti, attese entro l’8 novembre.

Da quel momento si potrà capire meglio quali possibilità esistono per il futuro dell’acciaieria. Ma la presentazione delle offerte, da sola, non garantirà una soluzione immediata.

Restano aperte questioni fondamentali: chi investirà, quando arriveranno i nuovi impianti, come sarà ridotto l’inquinamento e quanti lavoratori potranno conservare il posto.

Per Taranto il problema non è soltanto salvare una fabbrica. È riuscire a garantire lavoro e salute a una città che da anni aspetta risposte concrete.

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