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In Puglia l’agricoltura diventa welfare: la richiesta per portare le fattorie sociali nella rete dei servizi

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Dall’inclusione delle persone con disabilità al reinserimento lavorativo, fino a ortoterapia e servizi per bambini e anziani. Coldiretti chiede alla Regione strumenti e risorse per rendere strutturale il modello.

BARI, 23 settembre 2026 – Nelle campagne pugliesi non si producono soltanto olio, vino, ortaggi e grano. Ci sono aziende agricole che lavorano con persone con disabilità, minori in difficoltà, detenuti ed ex detenuti, anziani e persone a rischio di marginalità. La novità, adesso, è il possibile salto da singole esperienze di agricoltura sociale a una presenza più strutturata nella rete del welfare regionale.

È il tema posto da Coldiretti Puglia alla Fiera del Levante, durante la giornata che la Regione ha dedicato alle filiere agricole e agroalimentari e che comprende anche il confronto su agricoltura sociale, multifunzionalità e comunità rurali.

Il punto centrale non è più soltanto riconoscere ciò che le fattorie sociali già fanno, ma capire con quali risorse, regole e rapporti con i servizi pubblici queste attività potranno diventare stabili.

Dalla produzione agricola ai servizi alle persone

Secondo Coldiretti Puglia, sono 95 le aziende agricole pugliesi che hanno maturato esperienze nell’agricoltura sociale. Il dato, già utilizzato dall’organizzazione negli anni precedenti, fotografa una rete che comprende attività molto diverse: percorsi per persone con disabilità fisiche o psichiche, progetti destinati a minori e giovani in situazioni di disagio, iniziative per immigrati e rifugiati e programmi di reinserimento sociale e lavorativo.

In alcuni casi il lavoro agricolo diventa parte di un percorso verso l’autonomia: acquisizione di competenze, formazione e reinserimento possono riguardare anche detenuti ed ex detenuti.

Accanto al lavoro c’è la dimensione terapeutica e relazionale. Ortoterapia, attività assistite con animali, laboratori, esperienze nella natura e momenti di socializzazione vengono utilizzati all’interno di percorsi più ampi di inclusione e benessere.

Il modello interessa anche bambini e famiglie, attraverso esperienze educative legate all’ambiente rurale, e gli anziani, con attività all’aperto, laboratori, cucina, movimento e occasioni di socialità.

Un settore che vale anche sul piano economico

La multifunzionalità non rappresenta una componente marginale dell’economia rurale pugliese. I dati del Rapporto ISMEA 2026, ripresi dall’Ufficio statistico della Regione Puglia, indicano per la regione 5,7 miliardi di euro di produzione agricola primaria, ai quali si aggiunge oltre un miliardo di euro derivante dalle attività connesse.

È dentro questo sistema che si colloca anche l’agricoltura sociale: l’impresa agricola mantiene la propria funzione produttiva, ma può affiancarle servizi educativi, sociali e di inclusione.

Il Piano sociale regionale apre una possibilità

Il passaggio da osservare ora riguarda la programmazione regionale.

Il VI Piano regionale delle Politiche sociali 2026-2028, approvato dalla Giunta pugliese con la deliberazione numero 476 del 21 aprile 2026, dispone di una dotazione superiore a un miliardo di euro e punta esplicitamente sull’integrazione fra politiche sociali, sanitarie, socio-educative e del lavoro.

È proprio su questo terreno che Coldiretti chiede di consolidare il ruolo della masseria multifunzionale e delle fattorie sociali.

La richiesta dell’organizzazione agricola è costruire un raccordo stabile fra agricoltura, welfare, sanità, istruzione e politiche del lavoro, accompagnandolo con misure che consentano alle imprese di investire, utilizzare personale qualificato e garantire continuità ai servizi.

Il vero nodo: chi paga e come si entra nella rete dei servizi

È qui che emerge il punto più concreto della vicenda.

Una fattoria può realizzare autonomamente un progetto sociale, ma trasformare quell’esperienza in un servizio continuativo significa sostenere costi, disporre di professionalità specifiche e costruire rapporti formalizzati con enti pubblici, Ambiti territoriali, servizi sanitari e soggetti del Terzo settore.

Per questo il riconoscimento dell’agricoltura sociale nei documenti di programmazione rappresenta solo un primo passaggio.

La questione aperta riguarda gli strumenti attuativi e le risorse che potranno permettere alle aziende interessate di entrare effettivamente nella rete territoriale del welfare.

Il tema assume un peso ancora maggiore nelle aree interne e rurali, dove la distanza fisica dai servizi può aggravare isolamento e fragilità. La stessa programmazione regionale sulle aree interne indica tra gli obiettivi lo sviluppo di sistemi di innovazione sociale e welfare di comunità, insieme alla crescita delle filiere locali e delle nuove economie.

La sfida, quindi, è già oltre il riconoscimento del fenomeno: capire quali misure concrete seguiranno e quante delle esperienze presenti sul territorio potranno trasformarsi in servizi continuativi per le comunità pugliesi.

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