“Lucio, questa volta avrei voluto davvero che fosse uno dei tuoi scherzi”
Quarant’anni insieme, centinaia di eventi organizzati, migliaia di chilometri e risate impossibili da raccontare. Lucio Montanaro lo conoscevo da sempre, il giorno prima della sua scomparsa abbiamo trascorso ancora ore insieme e forse ci siamo salutati in quel momento.
È facile parlare delle persone quando non ci sono più. Con Lucio, per me, è molto più difficile farlo. Perché Lucio Montanaro non è stato soltanto un attore che ho conosciuto o un artista con il quale ho lavorato. Con Lucio ho condiviso quarant’anni della mia vita professionale e personale. Ma, a pensarci bene, Lucio io lo conoscevo da sempre.

Tra me e lui c’erano circa quindici anni di differenza e quando ero ancora ragazzo, Lucio era già Lucio. A Martina Franca non serviva neppure dire Lucio Montanaro. Bastava dire Lucio. «Hai visto Lucio?», «È arrivato Lucio», «Chiamiamo Lucio».
Lucio era uno solo. E lo era già da ragazzo. Quando frequentava il liceo classico San Vito – se la memoria oggi non mi tradisce – le cose che combinava a scuola arrivavano anche a noi più piccoli. Se ne parlava. Le sue battute, gli scherzi, quello che faceva durante le giornate al liceo diventavano quasi dei racconti che passavano da un ragazzo all’altro.
Quando anni dopo Alvaro Vitali avrebbe portato al cinema il personaggio di Pierino, io ho sempre pensato che, in qualche modo, Lucio Pierino lo fosse stato davvero. Non il personaggio scritto da uno sceneggiatore. Il Pierino reale. Quello spontaneo. Quello che non aveva bisogno della battuta preparata perché la battuta gli veniva in quel momento. Quello capace di trasformare una situazione normale in una scena comica semplicemente essendo se stesso. Lucio era già un comico al liceo, molto prima del cinema, della televisione, dei film e degli spettacoli.
E voglio dire una cosa che penso da sempre: per me Lucio nella vita privata era cento volte più forte del Lucio attore. Ed era pure un bravo attore. Aveva una mimica straordinaria. Gli bastavano uno sguardo, un’espressione, un movimento del volto. Ma il cinema e la televisione, secondo me, finivano quasi per contenerlo. Doveva interpretare un personaggio, seguire una parte, stare dentro una scena.
Nella vita no. Nella vita Lucio era libero. Ed era soprattutto spontaneo. La spontaneità era la sua vera forza. Non sapevi mai cosa sarebbe successo cinque minuti dopo. Bastava entrare con lui in un bar, in un albergo, in un’azienda o in un ufficio e prima o poi qualcosa accadeva.
Noi due probabilmente abbiamo lavorato insieme per così tanti anni proprio perché eravamo completamente diversi e ci completavamo. Io ero la parte seria. O almeno cercavo di esserlo. Quella dell’organizzazione, degli sponsor, dei rapporti professionali, delle cose che dovevano funzionare.
Lucio era il passepartout. Entravamo in un’azienda importante e magari scendeva direttamente il proprietario per salutarlo. Entravamo da qualche parte e immediatamente qualcuno gridava: «Lucio!». Chi non lo conosceva? Io potevo anche essere quello che preparava il progetto e portava avanti la parte professionale, ma lo voglio dire oggi con grande semplicità: senza Lucio tante delle cose che abbiamo fatto insieme non sarebbero state le stesse.
L’approccio si chiamava Lucio Montanaro. La nostra collaborazione cominciò praticamente con una follia televisiva. Erano gli anni pionieristici delle televisioni private. Nella Valle d’Itria c’era Teletrullo e mi venne l’idea di fare una nostra versione di Quelli della notte di Renzo Arbore. La chiamammo “I rompiballe della notte”.
La facevamo sul terrazzo di Teletrullo. Avevamo un gruppo musicale e soprattutto personaggi veri: ricordo il professor Antonì, Tonino Zumprilla, Serafino il pastore e tanti altri. E naturalmente c’era Lucio. La trasmissione andò avanti per tre o quattro anni e per quei tempi ebbe un seguito enorme. C’era gente che sistemava l’antenna per riuscire a vedere Teletrullo e seguire il programma. Ma forse il nostro spettacolo più bello cominciava quando spegnevamo le telecamere.
Perché io e Lucio salivamo in macchina e andavamo insieme a raccogliere la pubblicità. Stare in macchina con Lucio era impossibile. Non so quante volte ho guidato con le lacrime agli occhi dalle risate. Una volta stavamo andando verso Manfredonia per una delle nostre iniziative. Era agosto, faceva un caldo terribile e, passando dalle parti di Margherita di Savoia, Lucio cominciò:
«Antonio, Antonio, fermati qua. Qui fanno la cipolla buona. Buona, buona, buona. Fermati Antonio». Ci fermammo. Comprammo una cassa di cipolle e la mettemmo in macchina.
Dopo qualche chilometro cominciammo a piangere tutti e due. Quelle cipolle, chiuse nell’auto con quaranta gradi, ci stavano facendo lacrimare senza sosta. A un semaforo qualcuno vide due uomini dentro una macchina che piangevano disperatamente e si avvicinò preoccupato.
«Posso aiutarvi? È successo qualcosa?» E lì uscì fuori il vero Lucio. Invece di spiegare che la colpa era delle cipolle, cominciò a recitare la tragedia. Piangeva, si disperava, improvvisava. Io lo guardavo e scoppiavo a ridere mentre continuavo contemporaneamente a lacrimare per le cipolle.
Una scena assurda. Questo era Lucio. Non aveva bisogno della macchina da presa. Anche quando attraversavamo qualche centro storico inventavamo scene senza senso. Uno faceva il tecnico, l’altro prendeva appunti. Indicavamo una casa e, serissimi: «Ingegnere, prenda nota.- mi diceva– Questa dobbiamo buttarla giù. Qui deve passare la strada».
Prima o poi usciva il proprietario terrorizzato. «Come sarebbe a dire che dovete buttare la casa?» E partiva lo spettacolo.
Con Lucio non sembrava di lavorare. Anche quando rimanevamo fuori per giorni per organizzare manifestazioni, la giornata diventava una sequenza continua di situazioni e battute.
Poi sono arrivati tanti altri anni e tanti altri progetti. Miss Italia, il lungo periodo con Enzo Zambetta, Walter Chiari, Annamaria Rizzoli, Gepy & Gepy. Le nostre produzioni, gli spettacoli e naturalmente Portici d’Estate, nato da una mia idea ma nel quale agli inizi Lucio fu fondamentale. E poi la Nazionale Italiana Attrici e Cantanti.

Ne organizzammo decine di partite, soprattutto tra Puglia e Basilicata. Partivamo con il nostro pullman e riuscivamo a coinvolgere attrici molto conosciute. Gli incassi dei campi sportivi erano destinati alla beneficenza; il nostro lavoro era sostenuto attraverso le sponsorizzazioni.
Anche lì potrei raccontare un libro. Una volta Gepy & Gepy dormì a casa di Lucio. Durante la notte Lucio e sua moglie Nella sentirono strani rumori. Pensavano ci fossero dei topi. Lucio si alzò e trovò Gepy con un enorme bustone di patatine che mangiava nel cuore della notte.
Raccontato da me può far sorridere. Raccontato da Lucio diventava un film. Perché Lucio non raccontava le cose. Le rifaceva. Abbiamo incontrato insieme centinaia di persone, imprenditori e personaggi dello spettacolo. Lucio aveva rapporti con tantissimi artisti. Mario Merola, al quale era molto legato, Nino D’Angelo e tanti altri. Prendeva il telefono, chiamava e dall’altra parte lo riconoscevano immediatamente.

E questa è una cosa che ho sempre pensato: Lucio era certamente un idolo a Martina Franca, ma fuori dalla sua città forse era considerato ancora di più.
Nemo propheta in patria, si dice. Martina Franca qualche volta arriva tardi nel riconoscere i propri talenti. Per questo sono contento che pochi mesi fa la città gli abbia tributato un riconoscimento. Secondo me gli spettava da tempo, ma almeno, Lucio ha potuto riceverlo.
E adesso arrivo alla parte che faccio fatica a scrivere. Io e Lucio non ci sentivamo da un paio di mesi. Non era successo nulla. Dopo quarant’anni di amicizia non hai bisogno di telefonarti ogni mattina per sapere che l’altro c’è.Il giorno prima che morisse, non so perché, lo chiamai.
La mattina telefonare a Lucio, tra l’altro, serviva a poco. Prima delle dieci difficilmente si alzava e spesso aveva il telefono spento. Poi mi richiamò lui. Gli dissi: «Lucio, vediamoci». Stavo lavorando intorno ai Giochi del Mediterraneo. «Dammi una mano. Vediamo se possiamo fare qualcosa insieme».
Ci siamo incontrati. Pantaloncini corti, una delle sue maglie particolari. Faceva un caldo terribile. Siamo saliti in macchina. Abbiamo trascorso insieme tre o quattro ore. Il giorno prima che morisse.
Abbiamo fatto quello che facevamo da quarant’anni. Ricordato. Parlato. E, soprattitto riso tanto.
La cosa incredibile era che potevamo raccontarci per la centesima volta un episodio successo trent’anni prima e ridere esattamente come quando era accaduto.
Mi raccontò anche dell’ospedale. Io non sapevo bene cosa fosse successo. Lui, naturalmente, era sempre Lucio. Mi raccontava delle ragazze che volevano farsi le fotografie con lui. Poi parlammo del futuro.
Poche ore prima di morire Lucio mi ha detto che voleva fare un libro. Aveva pensato anche al titolo: “Lucio e le tredici donne”.
Cominciò a farmi i nomi delle donne famose dello spettacolo con le quali aveva lavorato. Gloria Guida, la Cassini, Pamela Prati, Gegia e altre che oggi, mentre provo a scrivere, faccio persino fatica a rimettere in ordine.
Voleva raccontare quella parte della sua vita.Forse quel libro un giorno lo farò. Forse è una delle ultime cose che Lucio mi ha lasciato senza sapere che me la stava lasciando. Poi l’ho riaccompagnato. Il giorno dopo mi hanno telefonato.Erano trascorsi, credo, appena quindici minuti dalla morte di Lucio. Mi dissero cosa era successo. Io non ci ho creduto. Pensavo fosse uno scherzo. Uno scherzo di Lucio Montanaro.
Mi dicevano di andare in ospedale e io continuavo a pensare che sarei arrivato lì e avrei trovato Lucio che aveva organizzato una delle sue. Può sembrare assurdo. A me non sembrava assurdo per niente. Perché per quarant’anni Lucio mi aveva abituato anche a questo.
Fino all’ultimo momento ho pensato che dietro quella telefonata ci fosse lui. Questa volta, purtroppo, Lucio non stava scherzando.Da allora ho qualcosa nello stomaco che non riesco a spiegare.
Tutti parlano del cuore quando parlano dei sentimenti. Io non lo so. Ho sempre pensato che le emozioni più forti arrivino prima allo stomaco. Quando ti innamori senti crampi nello stomaco. Quando hai paura lo senti nello stomaco. E quando perdi qualcuno così, lo senti nello stomaco.
Io oggi sento soprattutto questo. Un’angoscia che non riesco ancora a mettere in ordine. Per questo non volevo scrivere il classico articolo su Lucio Montanaro. Dei suoi film parleranno altri. Della sua carriera, dei registi, degli attori con cui ha lavorato, degli spettacoli e dei riconoscimenti parleranno altri.
Io ho un altro Lucio da raccontare. Ho quarant’anni di vita vissuta insieme, ma ho anche il ricordo di quel Lucio che conoscevo già prima ancora di conoscerlo davvero. Quel ragazzo del liceo del quale arrivavano fino a noi le imprese, le battute, gli scherzi. Quello che, per me, era stato Pierino prima ancora che Pierino arrivasse al cinema.
Migliaia di chilometri. Centinaia di eventi. Alberghi, viaggi, discussioni, telefonate e risate. Ho ancora quella cassa di cipolle nella memoria. Ho soprattutto quelle ultime tre o quattro ore trascorse insieme, senza sapere che sarebbero state le ultime. E ho una quantità di storie che oggi non riesco neppure a raccontare tutte. Magari un giorno lo farò. Racconterò il Lucio che forse il pubblico non ha mai conosciuto. Quello senza copione, senza telecamera, senza regista. Quello che secondo me era persino più comico e più straordinario dell’attore.
Oggi no. Oggi riesco soltanto a pensare che per quarant’anni Lucio c’è stato accanto a me professionalmente e umanamente, ma che nella mia memoria c’era già da molto prima. Da quando ero ragazzo e sentivo raccontare le cose che faceva quel ragazzo più grande di me al liceo. Da quando, a Martina Franca, bastava già pronunciare un nome. Lucio.
E che questa volta, davvero, avrei voluto arrivare in ospedale e trovarlo lì a ridere. Avrei voluto che fosse l’ennesimo, assurdo scherzo di Lucio Montanaro.
Antonio Rubino
Antonio Rubino è giornalista, editore e direttore del Gruppo Puglia Press e de La Voce del Popolo. Esperto di comunicazione e organizzatore di grandi eventi, ha collaborato anche con la RAI. Leggi la biografia completa













