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Ex Ilva, la Cassazione ferma l’area a caldo. Riondino esulta, ma Taranto ora teme per il lavoro

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L’attore tarantino scrive «Ilva is dead, Taranto libera». La sentenza segna una svolta nella lunga battaglia per la salute, mentre migliaia di lavoratori e imprese dell’indotto aspettano risposte sul proprio futuro.

TARANTO, 30 ottobre 2026 – La Cassazione conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva e Taranto si ritrova davanti a una delle decisioni più importanti della sua storia industriale. Per chi da anni combatte contro l’inquinamento è una vittoria. Per migliaia di lavoratori, invece, è anche l’inizio di una nuova fase di incertezza. In mezzo c’è una città che non vuole più scegliere tra la salute dei propri cittadini e il diritto a portare uno stipendio a casa.

La decisione è arrivata il 29 ottobre. Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia, entrambe in amministrazione straordinaria, lasciando valido il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che dispone la fermata dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.

Una decisione che riguarda il cuore produttivo della fabbrica e che apre interrogativi pesanti sul futuro dell’acciaieria, sull’occupazione e sull’intero sistema economico che ruota attorno allo stabilimento.

La Cassazione mette al centro il diritto alla salute

Alla base del provvedimento ci sono le emissioni di polveri nell’atmosfera e la presenza di amianto negli impianti, elementi che i giudici milanesi avevano considerato determinanti per disporre lo stop.

La Cassazione ha confermato la validità di quella decisione, richiamando i principi costituzionali che tutelano la salute, l’ambiente e la sicurezza delle persone.

Il passaggio più significativo riguarda proprio il rapporto tra lavoro e salute. Secondo i giudici, questi due diritti non devono essere messi uno contro l’altro. Il lavoro deve essere garantito, ma deve anche svolgersi in condizioni sicure.

È un principio che a Taranto assume un significato particolare. Per decenni la città ha vissuto una contrapposizione dolorosa: da una parte la necessità di difendere migliaia di posti di lavoro, dall’altra le preoccupazioni per l’inquinamento e le conseguenze sulla salute.

La sentenza non risolve da sola questa contraddizione. Ma stabilisce che la continuità produttiva non può giustificare condizioni ritenute pericolose per la salute.

Michele Riondino: «Ilva is dead, Taranto libera»

A dare una voce immediata alla soddisfazione di una parte della città è stato Michele Riondino.

L’attore e regista tarantino, da anni impegnato nelle battaglie ambientali, ha pubblicato su Facebook una fotografia dello stabilimento con la scritta «Ilva is dead», accompagnata da due parole: «Taranto libera».

Un messaggio breve, ma dal forte significato simbolico.

Riondino non è un osservatore qualsiasi. Con il film Palazzina Laf ha raccontato una delle pagine più difficili della storia lavorativa dell’Ilva, quella dei dipendenti confinati nella palazzina utilizzata per isolare e marginalizzare alcuni lavoratori.

È inoltre legato al Concertone del Primo Maggio di Taranto, nato anche come spazio di mobilitazione civile sui temi del lavoro, della salute e dell’ambiente.

Il suo messaggio va letto in questo contesto: rappresenta la soddisfazione per una decisione giudiziaria attesa da chi chiede da anni un cambiamento radicale del modello industriale tarantino.

Ma lo slogan non significa che l’intera vicenda dell’ex Ilva sia conclusa. La decisione riguarda l’area a caldo e lascia aperti problemi industriali, sociali e occupazionali enormi.

Il problema dell’indotto: chi garantisce il futuro alle famiglie?

Ed è proprio qui che la vicenda diventa ancora più delicata.

Quando si parla dell’ex Ilva si pensa soprattutto agli operai dello stabilimento. Ma attorno alla fabbrica lavorano anche imprese di manutenzione, trasporto, pulizia industriale, logistica e servizi.

Sono attività che dipendono, in misura diversa, dalle commesse dell’acciaieria. Un ridimensionamento della produzione può quindi avere conseguenze ben oltre i cancelli dello stabilimento.

Per un’impresa dell’indotto, perdere una commessa può significare non riuscire a pagare i dipendenti, rinviare investimenti o trovarsi nell’impossibilità di proseguire l’attività.

Per un lavoratore significa chiedersi se il mese successivo avrà ancora uno stipendio.

Non ci sono però, al momento, elementi sufficienti per quantificare quanti posti di lavoro dell’indotto saranno effettivamente coinvolti dalla decisione della Cassazione. Sarebbe scorretto trasformare un rischio concreto in un numero di licenziamenti già deciso.

La preoccupazione resta. Ed è una preoccupazione che non può essere liquidata come una semplice difesa della fabbrica.

Chi chiede garanzie per il proprio lavoro non sta necessariamente contestando il diritto alla salute. Sta chiedendo che la transizione industriale non venga pagata soltanto da chi vive del proprio stipendio.

Taranto non può essere lasciata sola

La decisione della Cassazione arriva mentre il Governo è ancora impegnato nella ricerca di una soluzione per il futuro dell’acciaieria. Il termine per la presentazione delle offerte vincolanti è stato prorogato al 9 novembre.

Ma la questione non riguarda soltanto l’eventuale ingresso di un nuovo investitore.

Bisogna capire quali attività potranno proseguire, quali investimenti saranno necessari, come saranno tutelati i dipendenti e quali garanzie verranno offerte alle imprese dell’indotto.

Il sindaco di Taranto, Pietro Bitetti, ha indicato due priorità: bonifiche e lavoro. Anche il presidente della Provincia, Gianfranco Palmisano, ha richiamato la necessità di rispettare la decisione dei giudici e dare certezze al sistema produttivo.

La rete di associazioni Onda del Futuro, che aveva promosso una manifestazione il 17 ottobre, ha accolto la sentenza come una vittoria, chiedendo al tempo stesso bonifiche e tutele occupazionali. RaiNews+1

Sono posizioni che, pur partendo da sensibilità diverse, mettono in evidenza lo stesso problema: Taranto ha bisogno di un futuro che non sia costruito soltanto attorno alla sopravvivenza dell’acciaieria.

La vera sfida comincia adesso

La frase di Michele Riondino, «Taranto libera», racconta il sentimento di chi vede nella sentenza la possibilità di chiudere una lunga stagione di sofferenze e conflitti.

Ma c’è una domanda che la politica non può evitare.

Libera da un modello industriale contestato, certamente. Ma libera anche dalla paura di perdere il lavoro?

È questo il passaggio che rischia di dividere ancora una volta la città.

Da una parte chi considera lo stop dell’area a caldo una conquista storica. Dall’altra chi guarda alla decisione con il timore di non avere più un’occupazione. In molti casi, però, queste due preoccupazioni convivono nelle stesse famiglie.

Non è difficile immaginare un operaio che desideri respirare aria più pulita e, nello stesso tempo, abbia paura di perdere il proprio posto.

La politica nazionale è chiamata a rispondere proprio a questa contraddizione. Non basta prendere atto di una sentenza. Occorre spiegare cosa accadrà agli impianti, ai lavoratori, alle aziende e ai quartieri che aspettano da anni interventi concreti.

Le bonifiche, la riconversione industriale, la formazione e la creazione di nuove opportunità occupazionali non possono restare soltanto parole pronunciate durante le emergenze.

Taranto ha già pagato un prezzo altissimo, in termini ambientali e sociali. Non può permettersi che a quel prezzo si aggiunga anche quello di una crisi economica senza risposte.

La Cassazione ha indicato un limite preciso alla produzione industriale. Ora spetta alle istituzioni indicare una strada credibile per il futuro.

Perché la vera vittoria di Taranto non sarà soltanto fermare ciò che mette a rischio la salute. Sarà riuscire a garantire ai suoi cittadini il diritto di vivere e lavorare senza dover scegliere tra le due cose.

Redazione Pugliapress

PugliaPress Quotidiano cartaceo e online dal 7 dicembre del 2000 redazione@pugliapress.it direttore@pugliapress.it

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