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Ex Ilva, la Cassazione non si piega: i tarantini devono vivere

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Lo stop dell’area a caldo, le pressioni delle proteste e il ruolo dei sindacati. Migliaia di lavoratori da tutelare, ma Taranto non può continuare a scegliere tra salute e lavoro.

Il passato di Taranto
Il passato di Taranto

TARANTO, 29 ottobre 2026 – I tarantini devono vivere. Devono poter respirare, lavorare e crescere i propri figli senza essere costretti a scegliere tra uno stipendio e la salute.

È questo il significato che attribuiamo alla decisione della Corte di Cassazione, che ha respinto i ricorsi contro la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, confermando il provvedimento legato alle criticità ambientali, tra amianto ed emissioni di polveri sottili.

Una decisione che condividiamo. Non contro gli operai, ma contro l’idea che un’intera città debba continuare a pagare con la propria salute il prezzo della produzione industriale.

La Magistratura non si è piegata.

La Cassazione ha chiarito che salute e lavoro non devono essere contrapposti: il lavoro da tutelare deve essere sicuro e salubre. È esattamente ciò che sosteniamo da tanti anni. Garantire gli operai non significa condannare Taranto a convivere con i rischi ambientali.

Nelle scorse settimane abbiamo assistito a scioperi, presìdi e blocchi stradali, con pesanti disagi per i cittadini. La protesta è un diritto, ma quando paralizza un territorio diventa anche una pressione politica e sociale. Una sorta di ricatto, a nostro giudizio, che non poteva condizionare la Giustizia.

E i sindacati? Per anni hanno difeso la continuità produttiva, sostenendo mobilitazioni che, troppo spesso, hanno finito per gettare benzina sul fuoco.

Ma siamo sicuri che difendere i lavoratori significhi necessariamente difendere questo modello industriale?

E una domanda alle firme sindacali vogliamo porla: quante tessere ruotano intorno all’ex Ilva? Quante potrebbero venire meno se quel sistema fosse superato? E all’ora? vogliamo gettare benzina sul fuoco sfruttando un disagio sociale?

Non abbiamo questi numeri e non vogliamo attribuireinteressi non dimostrati. Ma il rapporto tra rappresentanza sindacale e sopravvivenza della grande fabbrica merita una riflessione.

A nostro giudizio, questa è anche la sconfitta di una strategia sindacale. Non dei lavoratori.

Adesso bisogna garantire gli operai.

A Taranto lavorano quasi 7.900 dipendenti dello stabilimento. La richiesta di cassa integrazione può interessarne quasi 7.000, senza contare l’indotto.

Dietro questi numeri ci sono famiglie che non possono essere abbandonate. Lo Stato deve garantire sostegno economico, ammortizzatori sociali, formazione e nuove opportunità occupazionali.

Tutelare i lavoratori non è in contraddizione con la decisione della Cassazione. È un dovere.

Non ci sono vincitori e vinti. E sarebbe grave se la politica, a cominciare da quella sinistra che potrebbe cercare nuove occasioni di scontro, trasformasse questa vicenda nell’ennesima battaglia elettorale.

Le responsabilità attraversano governi di ogni colore. Basta strumentalizzazioni. Servono risposte.

Taranto non è soltanto l’Ilva.

Già il 27 ottobre il Governo aveva avviato confronti con Leonardo, Ferrovie dello Stato, Fincantieri e Rheinmetall per valutare nuove prospettive industriali per Taranto. Sono ancora ipotesi, non posti di lavoro garantiti. Ma dimostrano che si può cominciare a ragionare su un futuro diverso dalla siderurgia tradizionale.

Come potrebbe essere Taranto domani

Taranto ha due mari, un porto strategico, cultura, turismo, università e competenze industriali. Può costruire un’economia diversa, attraverso bonifiche, investimenti e una riconversione che garantisca davvero chi oggi lavora nell’acciaieria.

La Cassazione non ha decretato la fine definitiva della siderurgia. Ma questa decisione può rappresentare l’occasione per superare un modello che ha condizionato troppo a lungo il destino della città.

Oggi non bisogna festeggiare la fermata di una fabbrica. Bisogna costruire il futuro di Taranto, garantendo prima di tutto i suoi lavoratori.

Perché il lavoro serve a vivere. Non si può continuare a chiedere di rischiare la vita per lavorare.

Nelle prossime settimane vedremo probabilmente cortei, proteste e qualche avvoltoio politico pronto a strumentalizzare la paura dei lavoratori, anche in vista delle elezioni.

Ma il 2 novembre Taranto ricorderà i suoi morti. Tra quelle tombe ci sono anche le vittime dell’inquinamento industriale, persone che non potranno più tornare dalle proprie famiglie.

Vorremmo che questo fosse l’ultimo 2 novembre in cui Taranto debba interrogarsi su quante vite siano state sacrificate in nome del lavoro.

Gli operai vanno garantiti, a qualunque costo per lo Stato. E alle nuove generazioni va restituita la possibilità di costruire un futuro diverso.

Gli avvoltoi si nutrono di ciò che muore. Ma Taranto non deve morire. Taranto deve vivere.

Antonio Rubino

Antonio Rubino è giornalista, editore e direttore del Gruppo Puglia Press e de La Voce del Popolo. Esperto di comunicazione e organizzatore di grandi eventi, ha collaborato anche con la RAI. Leggi la biografia completa 

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