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Calzature, l’export pugliese perde l’11,3%: in sei mesi 24 imprese e 312 addetti in meno

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Le esportazioni scendono a 152,5 milioni di euro. Francia e Germania arretrano, crolla l’Albania. La Spagna è l’unico mercato tra i primi cinque a crescere.

La crisi del calzaturiero pugliese si fa più pesante. Nei primi sei mesi del 2026 il valore delle esportazioni è sceso dell’11,3% rispetto allo stesso periodo del 2025, fermandosi a 152,5 milioni di euro. E il problema non riguarda soltanto le vendite all’estero: dall’inizio dell’anno il settore regionale ha perso 24 imprese e 312 addetti.

I dati, elaborati dal Centro Studi Confindustria Accessori Moda per Assocalzaturifici, mostrano una difficoltà pugliese che arriva dopo un 2025 già chiuso con un export calzaturiero regionale in diminuzione del 7%. La nuova rilevazione indica quindi che la pressione sulla filiera non si è esaurita.

Export a 152,5 milioni: quattro mercati su cinque arretrano

A pesare è soprattutto l’andamento dei principali mercati di destinazione. Le prime cinque destinazioni assorbono complessivamente il 59,6% dell’export pugliese del settore.

La Francia registra una flessione del 13,2%, la Germania dell’11,2%, mentre l’Albania arretra del 25,9%. In diminuzione anche il Regno Unito, con un -5,9%.

In controtendenza la Spagna, che cresce del 10,4% e rappresenta l’unico segno positivo tra i primi cinque mercati.

Ancora più marcata è la contrazione verso il Medio Oriente, dove le esportazioni pugliesi risultano quasi dimezzate: -49,7%. Verso la Russia il calo è invece dell’8,7%.

Il confronto con l’Italia

Il dato pugliese assume maggiore rilievo se confrontato con l’andamento nazionale. Il settore calzaturiero italiano ha chiuso il primo semestre con un fatturato in diminuzione del 2,3%; nei primi cinque mesi l’export nazionale è sceso del 2,4% in valore. Il saldo commerciale è invece aumentato del 9,6%, raggiungendo 2,16 miliardi di euro.

I periodi di rilevazione non sono perfettamente sovrapponibili — sei mesi per il dato regionale sull’export e cinque per quello nazionale citato da Assocalzaturifici — e il confronto va quindi letto con questa cautela. Resta però evidente la dimensione della flessione registrata dalla Puglia.

È un peggioramento che segue quello del 2025, quando l’export regionale aveva già perso il 7%, a fronte di un -1,1% nazionale sull’intero anno.

Meno imprese e meno occupati

La difficoltà emerge anche dalla struttura produttiva.

Secondo le stime del Centro Studi Confindustria Accessori Moda su dati Infocamere-Movimprese, tra calzaturifici e produttori di parti per calzature il saldo rispetto a dicembre è di 24 imprese attive in meno tra industria e artigianato.

Sul fronte occupazionale il saldo è negativo per 312 addetti.

Un segnale parzialmente diverso arriva dalla cassa integrazione: nella filiera pelle le ore autorizzate sono diminuite del 22,2%, attestandosi a 789mila. La riduzione della Cig, tuttavia, non cancella il dato sulla contrazione della base produttiva e degli addetti.

Una filiera pugliese sotto pressione

Il quadro regionale si inserisce in una fase difficile per l’intero comparto italiano, condizionato, secondo Assocalzaturifici, dalle tensioni geopolitiche, dal rallentamento della domanda e dall’aumento dei costi.

La presidente dell’associazione, Giovanna Ceolini, sottolinea la capacità delle imprese di mantenere una forte vocazione internazionale e indica nella crescita del saldo commerciale nazionale un segnale della competitività del Made in Italy. Assocalzaturifici chiede però misure capaci di sostenere investimenti, occupazione e competitività.

Sul mercato italiano qualche segnale favorevole arriva intanto dai consumi: nel primo semestre gli acquisti delle famiglie sono cresciuti di circa il 2% sia in volume sia in valore. Le calzature da donna segnano un +4%, mentre sportive e sneakers aumentano dell’1,5%. A livello nazionale queste ultime rappresentano ormai oltre il 42% della spesa complessiva.

Per la Puglia, però, il nodo resta la velocità della contrazione sui mercati esteri. Dopo il -7% del 2025, il -11,3% registrato nella prima metà del 2026, insieme alla perdita di imprese e addetti, rende i prossimi mesi decisivi per capire se si tratti del punto più basso della fase negativa o di un arretramento destinato a proseguire.

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