EconomiaEvidenza Tarantolavoro

Ex Ilva, 6.964 lavoratori a rischio cassa integrazione: domani la Cassazione decide sullo stop

Pubblicità

La Cassazione esaminerà i ricorsi contro lo stop dell’area a caldo. Al ministero del Lavoro il confronto sugli ammortizzatori sociali. Ma anche una decisione favorevole all’azienda non garantirebbe la ripartenza degli altiforni.

TARANTO, 19 ottobre 2026 – Per l’ex Ilva di Taranto martedì 20 ottobre sarà una giornata cruciale su due fronti: quello giudiziario e quello occupazionale. Le Sezioni Unite della Cassazione esamineranno i ricorsi contro il provvedimento di fermata dell’area a caldo, mentre alle 16 il ministero del Lavoro ospiterà il confronto sulla cassa integrazione. In gioco ci sono il futuro industriale dello stabilimento e il reddito di migliaia di famiglie.

La richiesta dei commissari di Acciaierie d’Italia riguarda fino a 8.622 lavoratori nel gruppo, di cui 6.964 a Taranto su un organico di 7.875 dipendenti. Una platea che rappresenta circa l’88% degli addetti del sito ionico.

È importante distinguere la richiesta dalle sospensioni effettive: i numeri indicano il massimo dei lavoratori potenzialmente coinvolti, non altrettanti dipendenti già collocati in cassa integrazione.

Cassazione, cosa si decide sul futuro dell’area a caldo

La controversia nasce dal provvedimento del 27 luglio con cui la Corte d’Appello di Milano, accogliendo l’iniziativa di undici cittadini tarantini, ha ordinato l’interruzione della produzione nell’area a caldo entro novanta giorni.

Al centro della vicenda ci sono i rischi per la salute legati alle emissioni industriali e alla presenza di amianto.

Le società in amministrazione straordinaria hanno impugnato il provvedimento, sollevando venticinque motivi di ricorso. Le Sezioni Unite dovranno affrontare le questioni giuridiche sottoposte al loro esame.

L’udienza non equivale necessariamente a una sentenza immediata. E soprattutto, un eventuale esito favorevole alle società non comporterebbe automaticamente la riaccensione degli altiforni.

Altiforni fermi dal 9 ottobre: il problema non è soltanto giudiziario

Secondo il quadro riportato, dal 9 ottobre la produzione primaria è sospesa e gli impianti vengono mantenuti in condizioni di riscaldo per limitarne il deterioramento.

Anche nell’ipotesi di un superamento dell’ostacolo giudiziario, la ripartenza richiederebbe condizioni operative ed economiche adeguate: disponibilità di materie prime, risorse finanziarie, organizzazione produttiva e garanzie di sicurezza.

È questo uno degli aspetti centrali della crisi: la Cassazione può incidere sul quadro giuridico, ma non può risolvere da sola le difficoltà industriali dello stabilimento.

Cassa integrazione ex Ilva, quasi nove lavoratori su dieci coinvolti a Taranto

La nuova richiesta di cassa integrazione porta da 4.450 a 8.622 il numero massimo di lavoratori potenzialmente interessati nel gruppo.

Per Taranto significa 6.964 dipendenti, con conseguenze che potrebbero estendersi ben oltre lo stabilimento.

La riduzione dell’attività industriale rischia infatti di ripercuotersi sulle imprese dell’appalto, sui servizi e sulle attività commerciali legate al reddito dei lavoratori.

Nella comunicazione richiamata dalla stampa, i commissari collegano il nuovo piano operativo all’esecuzione del provvedimento giudiziario e alla necessità di contenere drasticamente i costi durante la procedura di cessione.

Al ministero del Lavoro saranno affrontati gli ammortizzatori sociali e le possibili misure straordinarie. Restano da definire durata, modalità e tutele concrete per i dipendenti coinvolti.

Taranto divisa sul futuro dell’acciaieria

Dopo cinque giorni di scioperi e blocchi stradali, Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno sospeso i presidi. Le organizzazioni sindacali guardano anche alla convocazione del 27 ottobre a Palazzo Chigi.

Ma la vertenza occupazionale non esaurisce il confronto sul futuro della città.

Sabato 17 ottobre, secondo gli organizzatori, circa tremila persone hanno partecipato al corteo «Taranto torna a vivere», promosso da Onda del Futuro per chiedere la chiusura definitiva dello stabilimento, la bonifica dell’area e nuove prospettive economiche.

PeaceLink ha sostenuto la mobilitazione, ribadendo la necessità di mettere al centro salute pubblica, risanamento ambientale e alternative occupazionali.

Sono posizioni differenti, che esprimono preoccupazioni reali: da una parte la difesa del lavoro e del reddito, dall’altra la richiesta di superare un modello industriale considerato incompatibile con la tutela della salute.

Cosa succede adesso

La giornata del 20 ottobre non risolverà necessariamente la crisi dell’ex Ilva, ma potrà chiarire due questioni fondamentali: quali ostacoli giudiziari restano sulla produzione e quali strumenti saranno disponibili per proteggere i lavoratori.

Il successivo appuntamento politico è previsto il 27 ottobre a Palazzo Chigi.

La questione decisiva, per Taranto, rimane ancora senza una risposta concreta: quale futuro industriale e occupazionale potrà essere garantito alla città, indipendentemente dall’esito della controversia giudiziaria?

Redazione Pugliapress

PugliaPress Quotidiano cartaceo e online dal 7 dicembre del 2000 redazione@pugliapress.it direttore@pugliapress.it

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio