Cinghiali, Alta Murgia ancora sotto pressione: il piano attende l’ultimo passaggio, ferma anche la filiera delle carni

Nel 2025 prelevati 2.765 esemplari nelle aree di competenza regionale. Nei Parchi la situazione resta differenziata: nell’Alta Murgia il piano 2026-2030 è stato deliberato ma deve completare l’iter con ISPRA; sul Gargano il selecontrollo è operativo, mentre manca ancora il piano di gestione.
L’emergenza cinghiali in Puglia presenta un paradosso: 2.765 animali prelevati nel 2025 nelle aree di competenza regionale e 2,4 milioni di euro di risarcimenti in un anno, mentre nei due Parchi nazionali pugliesi i piani di gestione non sono ancora arrivati alla piena operatività.
A rilanciare l’allarme è Coldiretti Puglia, che segnala nuove incursioni nelle aziende agricole dell’Alta Murgia e chiede di accelerare gli interventi. Ma dai dati emersi il 9 settembre in IV Commissione del Consiglio regionale emerge un quadro più articolato, con situazioni differenti tra Alta Murgia, Gargano e territori direttamente gestiti dalla Regione.
Alta Murgia, il piano 2026-2030 attende il completamento dell’iter
Per il Parco nazionale dell’Alta Murgia il Piano di gestione del cinghiale 2026-2030 risulta già deliberato a fine luglio.
Secondo quanto riferito in Commissione dal commissario straordinario del Parco, Nicola Loizzo, il documento è stato sottoposto all’ISPRA e oggetto di rivisitazione. Il passaggio successivo è quindi il completamento dell’iter necessario per arrivare alla sua applicazione.
È questo il nodo sul quale insiste Coldiretti.
«Non possiamo continuare a parlare di emergenza se poi l’emergenza resta nei campi», afferma Pietro Piccioni, direttore di Coldiretti Puglia, secondo il quale ogni ulteriore ritardo significa nuovi danni alle colture, rischi e risorse pubbliche destinate ai risarcimenti.
La richiesta dell’organizzazione agricola è di arrivare a interventi coordinati, con responsabilità, tempi e risultati verificabili.
Gargano, selecontrollo già attivo ma il piano deve essere redatto
Diversa la situazione nel Parco nazionale del Gargano.
Alla data dell’audizione regionale del 9 settembre, il Piano di gestione non risultava ancora redatto. I rappresentanti dell’Ente hanno riferito che è in corso il monitoraggio necessario alla raccolta dei dati propedeutici alla pianificazione.
Questo, però, non significa che nel Parco non sia in corso alcuna attività: il selecontrollo risulta già operativo, sono stati formati 52 selecontrollori e sono stati individuati punti di selezione.
Lo stesso Ente Parco, nella propria documentazione ambientale, riferisce di avere avviato da tempo il percorso per la gestione della specie e istituito l’Albo dei selecontrollori abilitati.
Nel 2025 prelevati 2.765 cinghiali
Il confronto con ciò che avviene fuori dai Parchi aiuta a comprendere il problema.
I dati forniti dalla struttura regionale indicano che nelle aree a caccia programmata nel 2025 sono stati prelevati 1.008 cinghiali attraverso il selecontrollo e 1.757 attraverso l’attività venatoria, per un totale di 2.765 capi.
La Regione dispone inoltre di un Piano straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica, approvato nel febbraio 2025 e aggiornato nel luglio 2026.
Dal 1° ottobre al 31 gennaio è prevista anche la caccia in forma collettiva al cinghiale secondo la disciplina regionale. La Regione ha aggiornato nel luglio scorso il registro dei cacciatori abilitati a questa attività.
Il conto dei danni: 2,4 milioni in un anno
Il dato economico emerso in Commissione dà la misura del fenomeno: 2,4 milioni di euro in un anno per risarcimenti collegati alla fauna selvatica, comprendendo i danni alle colture e quelli conseguenti agli incidenti stradali.
La cifra è stata riferita dal presidente della IV Commissione Antonio Tutolo durante l’audizione sui piani di contenimento nei Parchi.
Ed è proprio il rapporto tra risorse spese per risarcire i danni e capacità di prevenire nuovi episodi a diventare uno dei punti centrali della vicenda.
Alta Murgia, la filiera della carne partita e poi fermata
C’è poi un secondo fronte, meno evidente ma significativo.
Nell’Alta Murgia esiste già un Centro di lavorazione della selvaggina e la macellazione dei cinghiali era partita nel gennaio 2026. Secondo quanto emerso durante l’audizione e riferito da Coldiretti, dopo circa venti capi l’attività si sarebbe però fermata per l’impossibilità di commercializzare le carni.
La documentazione ufficiale regionale conferma l’esistenza del progetto di filiera legato ai Centri di lavorazione della selvaggina acquistati dal Parco dell’Alta Murgia, con controlli veterinari e sanitari previsti sui capi trattati.
Coldiretti guarda con favore alla possibilità di costruire una filiera corta e, in prospettiva, a un marchio “Cinghiale di Puglia”. Per l’organizzazione agricola, tuttavia, la valorizzazione commerciale delle carni può accompagnare il contenimento ma non sostituirlo.
La questione adesso si sposta sui tempi. Nell’Alta Murgia occorre completare l’iter del piano 2026-2030; nel Gargano resta da arrivare al piano di gestione mentre prosegue il selecontrollo.
Nel frattempo, per le aziende agricole il parametro più concreto resta un altro: quanti nuovi danni saranno evitati nei prossimi mesi.














