Ex Ilva, l’ultima ricetta di Decaro: perdere soldi pubblici per salvare una fabbrica in crisi

Ex Ilva Taranto. È tornata al centro del dibattito politico dopo le dichiarazioni di Antonio Decaro al congresso nazionale UILM di Bari.
Ex Ilva Taranto, la strampalate ricetta di Antonio Decaro per l’ex Ilva è semplice: deve entrare lo Stato. Detta così sembra quasi una soluzione naturale, rassicurante, perfino inevitabile. Tradotta però nel linguaggio dei cittadini significa un’altra cosa: devono entrare i soldi pubblici.
Il presidente della Regione Puglia lo ha detto intervenendo al 18° Congresso nazionale della UILM, in corso a Bari dal 10 al 12 giugno 2026. Secondo Decaro, l’acciaio è strategico e lo Stato dovrebbe assumere un ruolo diretto nella gestione dell’impianto di Taranto, soprattutto nella fase della transizione ecologica e industriale.
L’acciaio è certamente strategico. Nessuno può negarlo. Lo è per l’industria, per la manifattura, per le infrastrutture, per l’economia nazionale. Ma proprio perché è strategico dovrebbe interessare prima di tutto a chi conosce quel mercato, a chi sa produrre acciaio, a chi ha esperienza industriale e a chi è disposto a investire capitali propri.
Lo Stato non può sostituirsi agli imprenditori
Il punto è questo: se l’ex Ilva è davvero un’opportunità, devono essere gli investitori a considerarla tale. Devono entrare soggetti industriali capaci, competenti, solidi, abituati a misurarsi con il mercato globale dell’acciaio. Non lo Stato.
Il compito dello Stato dovrebbe essere un altro: creare condizioni favorevoli, garantire regole certe, accelerare le autorizzazioni, pretendere il rispetto dell’ambiente, tutelare i lavoratori, mettere ordine nelle procedure e rendere il territorio competitivo. Ma fare l’imprenditore è un mestiere diverso. E non sempre la politica ha dimostrato di saperlo fare.
Quando un’impresa funziona, gli investitori arrivano. Quando un’impresa può generare valore, il mercato la guarda. Quando invece tutti chiedono che sia lo Stato a entrare, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a un’occasione industriale o all’ennesimo problema da scaricare sui contribuenti?
Taranto non ha bisogno di un altro esperimento pubblico
Taranto conosce bene questa storia. Da anni l’ex Ilva vive tra commissariamenti, crisi industriali, emergenze ambientali, promesse di rilancio, tavoli ministeriali e piani annunciati come risolutivi. Nel frattempo i lavoratori restano nell’incertezza, le famiglie aspettano risposte e la città continua a pagare il prezzo di una vicenda mai davvero chiusa.
Per questo la proposta di far entrare lo Stato non può essere accolta come se fosse una formula magica. Non basta dire che l’acciaio è strategico. Bisogna spiegare quanti soldi servono, chi li mette, con quali garanzie, con quale piano industriale, con quali tempi e con quali responsabilità.
Perché lo Stato non spende soldi astratti. Lo Stato spende soldi dei cittadini. E quando un’operazione industriale va male, il conto non lo paga la politica. Lo pagano i contribuenti.
Se è un affare, entrino gli investitori
La vera sfida non è trasformare lo Stato in imprenditore. La vera sfida è attrarre investitori seri, capaci di fare acciaio, di innovare, di bonificare, di produrre e di assumersi il rischio d’impresa. Se l’ex Ilva può avere un futuro, quel futuro deve poggiare su un progetto industriale vero, non su una presenza pubblica chiamata a coprire perdite.
Naturalmente lo Stato deve vigilare. Deve pretendere il rispetto della salute, dell’ambiente e del lavoro. Deve impedire che Taranto resti prigioniera del solito ricatto tra occupazione e diritto a vivere in una città sicura. Ma vigilare non significa comprare problemi. Regolare non significa gestire una fabbrica.
La politica dovrebbe sollecitare investitori, non sostituirsi a loro. Dovrebbe costruire condizioni per rendere Taranto attrattiva, non trasformare l’ex Ilva in un nuovo contenitore di denaro pubblico. Perché il rischio, altrimenti, è sempre lo stesso: socializzare le perdite e lasciare ai cittadini il conto finale.
La domanda che Decaro dovrebbe porsi
Antonio Decaro pone una questione reale quando dice che l’acciaio è strategico. Ma la risposta non può essere automaticamente l’ingresso dello Stato. La domanda più seria è un’altra: perché un impianto considerato così strategico non riesce ad attrarre stabilmente investitori pronti a rischiare capitale proprio?
È qui che la politica dovrebbe misurarsi. Non annunciando l’ennesimo intervento pubblico, ma spiegando come rendere l’ex Ilva credibile per il mercato, sostenibile per l’ambiente e sicura per i lavoratori.
Taranto non ha bisogno dell’ennesima ricetta calata dall’alto. Ha bisogno di verità, numeri, responsabilità e investimenti veri. Lo Stato faccia lo Stato. Gli imprenditori facciano gli imprenditori. E la politica, per una volta, eviti di presentare ai cittadini un altro conto da pagare.
Antonio Rubino è giornalista, editore e direttore del Gruppo Puglia Press e de La Voce del Popolo. Esperto di comunicazione e organizzatore di grandi eventi, ha collaborato anche con la RAI. Leggi la biografia completa























