
L’Ordine dei Geologi della Puglia chiede interventi immediati nelle aree percorse dalle fiamme. La perdita della vegetazione può favorire erosione, colate di detriti, frane e alluvioni improvvise.
Gli incendi in Puglia non lasciano soltanto alberi distrutti, campagne annerite e gravi danni ambientali. Gli effetti delle fiamme possono continuare anche nei mesi successivi, quando le piogge raggiungono terreni privati della vegetazione e maggiormente esposti all’erosione.
L’Ordine dei Geologi della Puglia esprime forte preoccupazione per le conseguenze dell’ondata di roghi che sta interessando la regione durante la stagione estiva 2026.
Secondo i dati provvisori diffusi sulla base delle rilevazioni del sistema europeo EFFIS-Copernicus, dal 1° giugno al 13 luglio sono andati in fumo circa 972 ettari di territorio pugliese.
La provincia maggiormente interessata risulta quella di Lecce, con 399 ettari bruciati. Seguono Taranto con 364 ettari, Foggia con 167, la provincia di Barletta-Andria-Trani con 29 e Brindisi con 13 ettari.
Incendi in Puglia, cosa accade al terreno dopo le fiamme
Il fuoco elimina o danneggia la copertura vegetale che protegge il terreno e contribuisce alla stabilità dei versanti.
La combustione della vegetazione riduce la coesione superficiale del suolo. In assenza di radici, arbusti ed erba, l’acqua piovana può scorrere più rapidamente sulla superficie, trascinando terra, cenere, pietre e altri sedimenti verso fossi, strade e corsi d’acqua.
«Gli effetti attesi sul territorio e sui versanti potrebbero essere la perdita di copertura vegetale», spiega Giovanni Caputo, presidente dell’Ordine dei Geologi della Puglia.
«La combustione della vegetazione riduce la coesione superficiale del suolo, aumentando l’erosione e l’apporto di sedimenti ai corsi d’acqua».
Il problema non riguarda quindi soltanto l’area direttamente attraversata dalle fiamme. Materiali e detriti trasportati dall’acqua possono raggiungere anche terreni, abitazioni e infrastrutture situati più a valle.
Il rischio di frane nei versanti colpiti dagli incendi
L’Ordine richiama l’attenzione anche sul possibile incremento del rischio di frana.
Il calore e la distruzione della vegetazione possono provocare la degradazione delle radici e modificare le proprietà idrauliche del terreno. Il suolo può assorbire meno acqua, mentre aumenta il ruscellamento superficiale.
«Queste condizioni aumentano la probabilità di fenomeni franosi sui versanti colpiti, soprattutto nelle aree caratterizzate da pendii acclivi o da suoli superficiali», sottolinea Caputo.
I versanti più ripidi e le zone già interessate da condizioni di fragilità idrogeologica dovranno essere controllati con particolare attenzione durante le prime piogge intense successive agli incendi.
Perché aumenta il pericolo di alluvioni improvvise
Un terreno bruciato e privo di vegetazione può perdere parte della propria capacità di trattenere e assorbire l’acqua.
Durante un temporale intenso, la pioggia può scorrere velocemente verso valle e trasportare grandi quantità di cenere, fango, pietre e residui vegetali. Il fenomeno può contribuire alla formazione di colate improvvise e all’innalzamento del rischio idraulico.
«Pensiamo, ad esempio, al maggiore rischio di alluvioni flash», osserva il presidente dei geologi pugliesi. «La diminuita capacità di assorbimento del terreno e l’aumento dei sedimenti possono favorire colate improvvise e situazioni di pericolo a valle».
Le cosiddette alluvioni flash sono fenomeni rapidi, spesso legati a precipitazioni molto concentrate. Possono svilupparsi in un intervallo di tempo ridotto e lasciare poco spazio all’intervento, soprattutto nei bacini più piccoli e nei territori urbanizzati.
Stato di grave pericolosità fino al 15 settembre
La Regione Puglia ha dichiarato lo stato di grave pericolosità per gli incendi boschivi dal 15 giugno al 15 settembre 2026.
Il provvedimento riguarda tutte le aree boscate, cespugliate, arborate e a pascolo presenti sul territorio regionale e comporta l’attivazione delle strutture operative del servizio Antincendio Boschivo.
La fase di emergenza, tuttavia, non può concludersi con lo spegnimento degli ultimi focolai. Secondo i geologi è necessario avviare una vera pianificazione post-incendio, individuando rapidamente le aree nelle quali le fiamme hanno prodotto le conseguenze più gravi.
La richiesta: mappare subito le aree bruciate
La prima misura indicata dall’Ordine è una mappatura rapida e dettagliata delle superfici percorse dal fuoco.
La ricognizione dovrebbe integrare immagini satellitari, rilievi aerei e verifiche direttamente sul terreno, in modo da definire i perimetri degli incendi, la severità dei danni e le tipologie di vegetazione distrutte.
«È necessario completare la ricognizione satellitare e aerea per individuare i perimetri, le classi di severità e i tipi di copertura bruciata, attivando anche catasti temporanei degli eventi», afferma Caputo.
Una mappa aggiornata permetterebbe di stabilire quali versanti, strade, corsi d’acqua, terreni agricoli e centri abitati debbano essere controllati con maggiore urgenza.
Barriere anti-erosione e opere di stabilizzazione
Nelle zone più vulnerabili potrebbero essere necessari interventi temporanei di stabilizzazione.
L’Ordine cita barriere anti-erosione, briglie, fascinate, reti paramassi e sistemi per trattenere i sedimenti. Si tratta di opere leggere che possono rallentare il deflusso dell’acqua e limitare il trasporto di terreno e detriti verso valle.
Gli interventi dovranno essere progettati sulla base delle caratteristiche geologiche e morfologiche di ogni area. Soluzioni applicate senza un’adeguata valutazione tecnica potrebbero infatti risultare inefficaci o modificare negativamente il naturale deflusso delle acque.
Monitoraggio dei versanti e delle piogge
Un altro punto centrale riguarda il monitoraggio idrologico e geotecnico.
Nei territori considerati più critici, i geologi propongono l’installazione di punti di controllo pluviometrico e, dove necessario, di strumenti per rilevare eventuali movimenti dei versanti.
Inclinometri, verifiche visive, sopralluoghi periodici e sistemi di monitoraggio delle piogge possono consentire di individuare precocemente deformazioni, cedimenti o condizioni favorevoli all’innesco di frane.
I dati raccolti dovrebbero essere condivisi tra Regione Puglia, Protezione Civile, Comuni, strutture tecniche e autorità competenti.
Biomassa, rimboschimento e prevenzione
L’Ordine chiede anche un piano coordinato per la gestione della biomassa danneggiata e per la ricostruzione della copertura vegetale.
La rimozione di alberi e residui bruciati dovrà essere valutata caso per caso. Un’eliminazione indiscriminata potrebbe aumentare l’erosione, mentre la permanenza di materiale instabile potrebbe creare altri pericoli.
Il rimboschimento dovrà privilegiare specie adeguate alle caratteristiche climatiche, geologiche e ambientali dei territori interessati, evitando interventi standardizzati.
Alle misure immediate dovranno affiancarsi opere strutturali di mitigazione e programmi di manutenzione destinati a ridurre il rischio nel medio e lungo periodo.
Il coinvolgimento dei cittadini e dei Comuni
Le comunità locali devono essere informate sui pericoli che possono presentarsi dopo un incendio.
Secondo i geologi, cittadini e amministrazioni comunali devono conoscere le misure temporanee di sicurezza, i comportamenti da adottare durante le precipitazioni intense e le procedure previste in caso di emergenza.
Per le aree agricole e urbane maggiormente esposte potrebbero essere valutate limitazioni temporanee all’uso del suolo o vincoli urgenti, almeno fino al completamento delle verifiche tecniche.
L’Ordine dei Geologi offre supporto tecnico
L’Ordine dei Geologi della Puglia mette a disposizione le proprie competenze per la mappatura delle aree percorse dal fuoco, la valutazione dei versanti e la progettazione degli interventi di emergenza e consolidamento.
L’appello è rivolto alla Regione Puglia, alle amministrazioni locali e al sistema regionale di Protezione Civile affinché vengano attivati piani coordinati basati su monitoraggio satellitare, rilievi sul campo e analisi del terreno.
«È necessaria una collaborazione rapida e multidisciplinare per limitare gli impatti a valle degli incendi e proteggere persone, infrastrutture e risorse naturali», conclude Giovanni Caputo.
La gestione dell’emergenza non termina dunque con lo spegnimento delle fiamme. Nelle aree più colpite, la prevenzione del rischio idrogeologico dovrà iniziare prima dell’arrivo delle piogge autunnali.














