Agricoltura

Grano duro deprezzato, CIA Puglia attacca la CUN: “Prezzi sotto i costi di produzione”

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L’organizzazione agricola denuncia quotazioni giudicate insufficienti e chiede al Ministero e a ISMEA di aggiornare i costi reali della nuova campagna. Preoccupazione forte in Capitanata, area chiave per la produzione nazionale.

Il prezzo del grano duro riconosciuto ai produttori resta sotto i costi di produzione e per CIA Puglia questo è il nodo che mette in discussione il funzionamento della Commissione Unica Nazionale. L’organizzazione agricola contesta le ultime quotazioni fissate dalla CUN e chiede un cambio di metodo, partendo da un dato ritenuto essenziale: il costo reale sostenuto dagli agricoltori.

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Secondo CIA Puglia, il problema è evidente nei numeri. Per il 2025, ISMEA aveva indicato in 318 euro a tonnellata il costo medio di produzione nel Centro-Sud. Il listino diffuso dalla CUN il 20 aprile, invece, ha collocato gran parte delle tipologie sotto quella soglia. Il “fino proteico” è stato indicato tra 310 e 315 euro a tonnellata, il “fino” tra 287 e 292 euro, mentre il “convenzionale” si è fermato tra 280 e 285 euro. Solo il “fino alto proteico”, che riguarda però una quota limitata del raccolto, supera il livello indicato da ISMEA, con valori tra 322 e 327 euro.

Per Gennaro Sicolo, presidente di CIA Agricoltori Italiani di Puglia, la Commissione doveva servire a trovare un equilibrio tra la parte agricola e quella industriale. Invece, sostiene l’organizzazione, il sistema finisce per scaricare ancora una volta sui produttori il peso maggiore della filiera. Da qui la richiesta rivolta al ministro Francesco Lollobrigida e a ISMEA: aggiornare subito i costi di produzione alla luce dell’aumento di carburanti, energia, concimi e fitofarmaci, così da definire un prezzo che rispecchi davvero la situazione dei campi.

Nel ragionamento di CIA Puglia c’è anche un appello diretto ai consumatori. L’invito è scegliere pasta prodotta interamente con grano italiano, come forma di sostegno concreto alla cerealicoltura nazionale. L’obiettivo, secondo l’associazione, è difendere il reddito delle aziende agricole, ma anche tutelare una filiera che viene presentata come decisiva sul piano economico, alimentare e produttivo.

Grano duro deprezzato, l’allarme parte dalla Capitanata

La provincia di Foggia è il territorio che, più di altri, rischia di pagare le conseguenze di questa fase. La Capitanata produce oltre il 20% del grano duro italiano e circa il 70% di quello pugliese. È qui, quindi, che un ribasso delle quotazioni può avere un impatto diretto più pesante su aziende, redditi e tenuta complessiva del comparto.

Rino Mercuri, presidente di CIA Capitanata, sottolinea che le prime quattro sedute della CUN hanno fatto registrare una flessione progressiva dei prezzi, nonostante i dati sulla qualità del prodotto siano positivi. Il timore riguarda anche i contratti di filiera. In particolare, preoccupa l’ipotesi che un grande gruppo del settore pasta possa assumere come riferimento la Granaria di Milano, scelta che secondo CIA finirebbe per penalizzare le aree del Sud, dove si concentra una parte decisiva della produzione di grano duro.

Mercuri richiama inoltre la necessità di distinguere tra territori e qualità. A suo giudizio, il grano pugliese non può essere trattato come una merce indistinta da confrontare semplicemente con quello importato da altri Paesi. Il riferimento è agli standard qualitativi e di sicurezza alimentare, che secondo l’associazione rappresentano un valore specifico della produzione locale e nazionale.

La richiesta: tavolo di filiera e prezzi coerenti

Accanto alla contestazione delle quotazioni, CIA indica anche una strada precisa. Serve, secondo l’organizzazione, un tavolo di filiera che coinvolga produzione agricola, industria e grande distribuzione. Il punto è costruire un meccanismo che non lasci gli agricoltori nella posizione più debole e che riconosca un prezzo coerente con costi, qualità e ruolo strategico del grano italiano.

Sul biologico, spiegano da CIA Capitanata, sembra esserci invece una maggiore condivisione rispetto alla futura quotazione. Resta però aperta la questione centrale: senza un parametro legato ai costi effettivi di produzione, il rischio è che la CUN perda la funzione per cui era stata chiesta e attesa dal settore.

Per la cerealicoltura pugliese, e in particolare per la Capitanata, il passaggio non è marginale. Dalle prossime scelte dipenderà una parte importante della sostenibilità economica di un comparto che continua a essere uno dei pilastri dell’agricoltura regionale e nazionale.

Redazione Pugliapress

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