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Puglia, quei 345 milioni sono un fallimento. Non un costo

I 345 milioni della mobilità passiva non sono un costo, ma il segno di una sanità che non riesce a trattenere i pugliesi

Sanità Puglia
  • Se i pugliesi vanno fuori a curarsi, il problema non sono loro: è la sanità pugliese
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Il Governatore Decaro sbaglia: la mobilità passiva non si blocca, si supera creando mobilità attiva

C’è un equivoco pericoloso nel dibattito che si sta aprendo sulla sanità pugliese. E riguarda direttamente la linea che Antonio Decaro sembra voler seguire.

Si parla di 345 milioni di euro di mobilità passiva come di un problema economico da ridurre. Si ragiona su come contenere i pugliesi che vanno a curarsi fuori regione. Ma questa è una lettura sbagliata. E rischia di diventare una strada pericolosa.

Perché quei 345 milioni di euro non sono un semplice costo da tagliare. Sono la certificazione di un fallimento. Il fallimento della sanità pugliese.

Chiariamolo subito: la mobilità passiva non è una colpa dei cittadini. Non è gente che va fuori per scelta. Non è turismo sanitario. È gente che è costretta ad andare via.

Costretta perché cerca cure migliori. Costretta perché non si fida abbastanza di restare. Costretta anche quando non ha le condizioni economiche per farlo.

Perché andare fuori significa viaggi, permanenze, famiglie divise, sacrifici economici enormi, giornate di lavoro perse, spese aggiuntive che gravano su chi già vive la preoccupazione della malattia.

E allora davvero vogliamo raccontare tutto questo come una semplice voce di bilancio? No. È un problema strutturale. Ed è tutto interno alla Puglia.

Ed è qui che Decaro rischia di sbagliare strada. Perché l’idea di ridurre la mobilità passiva, se non è accompagnata da un salto di qualità reale, diventa un’illusione. Peggio ancora: può trasformarsi nel tentativo, anche solo implicito, di trattenere chi invece ha il diritto di cercare cure migliori altrove.

E questo non è accettabile. La strada non è limitare. La strada è cambiare il sistema sanitario pugliese.

Ed è qui che entra il vero nodo che manca nel dibattito: la mobilità attiva. Una sanità che funziona non trattiene i pazienti. Li attrae. Li convince con la qualità delle cure, con l’efficienza delle strutture, con l’organizzazione, con la credibilità del personale medico, con tempi ragionevoli e con la fiducia che riesce a generare.

La Puglia oggi non attrae abbastanza. E questa è la verità. Esistono eccellenze, certo. Ci sono reparti, medici, strutture che funzionano bene. Ma sono episodi, non sistema. Sono punte di valore che non bastano a invertire il flusso generale.

Eppure la Puglia, in passato, ha dimostrato che si può fare. Il Moscati di Taranto è stato un esempio concreto. C’erano competenze, c’erano eccellenze, c’era un modello capace di richiamare pazienti da tutta Italia. Con figure come il professor Patrizio Mazza, quella struttura non subiva mobilità passiva: generava mobilità attiva. Portava risorse, prestigio, fiducia.

Oggi quel modello non esiste più nella misura in cui servirebbe. Ed è questo il punto politico vero. Non basta dire che bisogna ridurre i costi. Bisogna chiedersi perché la Puglia non riesce più a essere davvero attrattiva sul piano sanitario.

La mobilità passiva nasce dove la sanità non convince fino in fondo. Nasce nelle liste d’attesa troppo lunghe. Nasce nella discontinuità tra ospedali. Nasce nella carenza di organizzazione. Nasce nella percezione, spesso drammatica, che altrove ci siano maggiori possibilità di essere curati meglio e prima.

Ed è da qui che Antonio Decaro dovrebbe partire. Non dalla tentazione di comprimere la libertà dei pazienti, ma dalla necessità di creare in Puglia le condizioni per cui un cittadino non senta più il bisogno di partire. E, ancora di più, di creare le condizioni per cui un cittadino di un’altra regione scelga di venire qui a curarsi.

Questa è la mobilità attiva. Questo è il vero traguardo. Questa è la sola risposta seria alla mobilità passiva.

Significa dare una marcia diversa agli ospedali pugliesi. Significa investire nella qualità, nella tecnologia, nella valorizzazione dei professionisti, nell’organizzazione dei reparti, nella continuità assistenziale, nell’efficienza delle prenotazioni, nella certezza dei tempi e nella fiducia dei cittadini.

Significa, in una parola, far funzionare davvero la sanità pugliese.

Perché senza questo passaggio, tutto il resto è un falso problema. Ridurre la mobilità passiva senza creare mobilità attiva è un’operazione sterile. È come cercare di fermare l’acqua senza chiudere la falla.

E la falla è evidente. Quei 345 milioni di euro non sono soltanto un numero. Sono il prezzo che la Puglia paga ogni anno per una sanità che, nel suo complesso, non riesce a trattenere i propri cittadini e non riesce ad attirare abbastanza quelli degli altri.

La verità, allora, è semplice e brutale: mobilità passiva uguale fallimento della sanità pugliese. E finché non si avrà il coraggio di dirlo chiaramente, senza girarci attorno, nessuna riforma potrà essere davvero credibile.

Il Governatore dovrebbe preoccuparsi di una sola cosa: non come impedire ai pugliesi di andare fuori, ma come fare in modo che la Puglia torni a essere una terra in cui si viene a curarsi. Solo allora i conti miglioreranno davvero. Solo allora la mobilità passiva inizierà a diminuire sul serio. Solo allora il problema sarà stato affrontato alla radice.

Antonio Rubino

Antonio Rubino è giornalista, editore e direttore del Gruppo Puglia Press e de La Voce del Popolo. Esperto di comunicazione e organizzatore di grandi eventi, ha collaborato anche con la RAI. Leggi la biografia completa 

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