Decaro: “Il deficit non l’ho fatto io”. Ma vent’anni di gestione hanno portato la sanità pugliese al collasso
Fitto aveva visto il problema e tentò di arginarlo. Oggi la Puglia presenta il conto di una crisi mai risolta
La sanità pugliese non è crollata oggi. Il deficit da 350 milioni di euro certificato dalla Regione è soltanto il punto finale — almeno per ora — di una crisi che affonda le radici molto lontano nel tempo. Ma per raccontarla correttamente bisogna evitare un errore che la politica pugliese ha commesso per anni: trasformare il tema sanitario in una battaglia ideologica.
Per lungo tempo il centrosinistra pugliese ha indicato nel riordino sanitario voluto da Raffaele Fitto l’origine di molti problemi della sanità regionale. Ospedali ridimensionati, posti letto tagliati, accorpamenti, riconversioni: quella stagione fu raccontata come una ferita inferta ai territori.
Eppure oggi, guardando i numeri e osservando il collasso economico che si è prodotto negli anni successivi, emerge una lettura completamente diversa.
Il riordino di Fitto e quella sanità che perdeva da tutte le parti
Fitto, in realtà, aveva intercettato un problema enorme che già allora stava divorando il sistema sanitario pugliese. Quando mise mano al riordino, la situazione economica era già gravissima. La sanità regionale era costruita su un modello diventato economicamente insostenibile: troppi piccoli ospedali, reparti duplicati, strutture sottoutilizzate, costi di gestione elevatissimi, spesa farmaceutica crescente, debiti accumulati dalle Asl, mobilità passiva fuori controllo.
Il sistema perdeva risorse da tutte le parti.
Fu proprio questa fotografia a spingere Fitto verso una scelta politicamente durissima ma strutturalmente inevitabile: razionalizzare. Ridurre posti letto, accorpare servizi, contenere la spesa, evitare che il deficit sanitario diventasse incontrollabile.
In quegli anni la sinistra attaccò violentemente quel modello, accusando il centrodestra di “smantellare la sanità pubblica”. Ma col senno di poi la domanda diventa inevitabile: se quel contenimento non fosse stato avviato, quanto prima sarebbe esplosa la sanità pugliese?
Perché oggi il quadro è persino più drammatico di allora.
Vent’anni dopo: il vero collasso arriva con la gestione successiva
Dopo quella fase sono arrivati dieci anni di Nichi Vendola e dieci anni di Michele Emiliano. Vent’anni durante i quali la Puglia avrebbe dovuto completare la trasformazione del sistema sanitario. E invece il problema strutturale non è mai stato realmente risolto.
I pugliesi hanno accettato tagli, riduzione dei presidi, accorpamenti, chiusure e allungamento delle distanze sanitarie. Ma in cambio non hanno visto nascere un sistema efficiente e moderno capace di reggere economicamente.
Ed è questo il vero fallimento politico degli ultimi vent’anni.
Perché oggi la Regione si ritrova contemporaneamente con meno ospedali rispetto al passato, liste d’attesa enormi, pronto soccorso in sofferenza, carenza di personale e un disavanzo sanitario da 350 milioni di euro.
Il paradosso è devastante: la sanità è stata ridimensionata, ma i conti sono esplosi lo stesso.
Decaro eredita il problema ma oggi chiede sacrifici ai pugliesi
Antonio Decaro oggi prova a spiegare che il deficit non nasce con lui. Ed è probabilmente vero. Anche perché per anni lui ha svolto altri incarichi istituzionali, compresa l’esperienza europea, e oggi si ritrova a governare una macchina sanitaria che mostra criticità sedimentate nel tempo.
Ma il problema non è più soltanto individuare il responsabile politico. Il problema è capire se la Puglia abbia ancora una strategia sanitaria credibile.
Perché nel frattempo si torna a parlare di sacrifici chiesti ai cittadini: aumento dell’Irpef, maggiori tasse, nuovi sacrifici economici.
E questo mentre famiglie e imprese vivono già una fase di enorme difficoltà economica.
La domanda che milioni di pugliesi si pongono è semplice: perché devono pagare loro il prezzo di errori politici e amministrativi accumulati negli anni?
Ospedali nuovi, problemi vecchi
La politica continua a parlare di riduzione della mobilità passiva. Ma anche qui il dibattito sembra fermo a vent’anni fa. Perché ridurre la mobilità passiva non basta. Bisogna creare mobilità attiva.
Bisogna costruire ospedali e reparti capaci di attrarre pazienti da fuori regione. Bisogna creare eccellenze. Bisogna fare della sanità pugliese un sistema competitivo.
E invece si continua quasi esclusivamente a ragionare in termini di contenimento della spesa.
Il caso degli ospedali simbolo della nuova sanità pugliese racconta perfettamente questa contraddizione.
L’ospedale di Fasano continua a vivere una fase di sviluppo non ancora pienamente completata rispetto alle aspettative iniziali del territorio. E il San Cataldo di Taranto rappresenta forse il simbolo più evidente della distanza tra infrastrutture e sostenibilità reale del sistema: una struttura moderna che richiederà enormi risorse umane ed economiche per diventare pienamente operativa.
Mobilità passiva: il vero errore è non aver creato mobilità attiva
Da anni la politica pugliese ripete che bisogna ridurre il numero di cittadini costretti a curarsi fuori regione. Ma il problema è che non si è mai costruita davvero una strategia opposta.
Ridurre la mobilità passiva senza creare mobilità attiva significa continuare a rincorrere il problema senza risolverlo.
Una sanità moderna si salva creando eccellenze, ricerca, specializzazione, attrattività sanitaria, alta formazione, innovazione.
Se continui a perdere pazienti verso il Nord, continuerai inevitabilmente a perdere anche risorse economiche.
Ed è qui che emerge uno dei limiti più evidenti della gestione sanitaria pugliese degli ultimi vent’anni: si è parlato quasi sempre di tagliare costi, molto meno di produrre valore.
La verità che oggi la politica non può più evitare
La verità è che la sanità pugliese sembra vivere da anni in una condizione permanente di transizione: si taglia, si razionalizza, si annunciano riforme, si costruiscono nuove strutture, ma il sistema continua a restare fragile.
E allora oggi forse la politica dovrebbe avere il coraggio di ammettere una cosa: Fitto non aveva creato il problema. Aveva capito che il problema esisteva già.
Il vero interrogativo è perché, dopo vent’anni di governi regionali successivi, quella crisi non sia stata ancora risolta.
Perché i pugliesi possono accettare anche sacrifici, ma non possono continuare a pagare il prezzo di una sanità che da troppo tempo sembra rincorrere le emergenze invece di governarle davvero.
Antonio Rubino è giornalista, editore e direttore del Gruppo Puglia Press e de La Voce del Popolo. Esperto di comunicazione e organizzatore di grandi eventi, ha collaborato anche con la RAI. Leggi la biografia completa






















