TOM ROSATI, L’UOMO VERO CHE HA DATO DIGNITÀ AL CALCIO

di Guglielmo De Feis
Martedì 31 avrebbe compiuto 97 anni ed invece il 28 agosto del 1985, a appena 56 primavere, la vita gli emetteva il triplice fischio finale a causa di un male incurabile. Ironia della sorte, era tornato proprio a Taranto otto anni dopo l’ottavo posto in Serie B e la seconda fase di Coppa Italia contro Milan, Juventus e Napoli, con tre pareggi casalinghi e altrettante sconfitte esterne comunque onorevoli. Domenico Rosati, per tutti Tom, marchigiano di San Benedetto del Tronto e abruzzese d’adozione a Chieti, è parte della storia rossoblù senza alcun dubbio.
Uomo tutto d’un pezzo, definito il sergente di ferro per il suo carattere fermo e deciso, era stato al timone del Delfino nel 1977-78 sognando la Serie A con le reti di Iacovone, salvo poi subire la mazzata della perdita tragica di Erasmo, decisiva per un finale di stagione incolore. Ma lui aveva un palmarès di campionati vinti e un Seminatore d’Oro, riconoscimento prestigioso assegnato a chi otteneva risultati importanti, ed era comunque un personaggio autorevole. Dopo aver trionfato a Palermo, riportato in B con le reti di Antonio De Vitis (e con il tarantino Antonio De Bellis come vice, oggi 89enne), aveva deciso di tornare a Taranto sposando il nuovo progetto del presidente Vito Fasano.
Il ritiro estivo di Torgiano, però, a causa della sua delicata situazione di salute, non poté seguirlo: affidò tutto nelle mani di Mario Biondi, rientrato nei quadri tecnici dopo alcuni anni senza calcio. Prima della terza gara del girone di Coppa Italia contro la Lazio di Gigi Simoni (reti inviolate), nella sua residenza di Francavilla al Mare arrivò l’addio al mondo terreno e l’approdo di Mimmo Renna al suo posto. Ma il Tom, per chi è tifoso autentico, resta storia viva.
«Non mi parlare di Rosati per favore…» dice commosso Antonio De Bellis da Palermo, tarantino doc. «Eravamo legatissimi da una fraterna amicizia. Già quando era in rosanero dovette subire un delicato intervento chirurgico che lo tenne fuori per un po’. Quando lo incontrai in Umbria, mentre vedeva una partitella degli jonici, scoppiai in lacrime a vederlo malridotto. Mi disse che purtroppo stava per lasciarci e io stetti malissimo. Persi prima di tutto una persona eccezionale. Fui io a dirgli di tornare a Taranto, una città che amo ancora oggi. Persone perbene come Tom sono introvabili.»
«Rosati rispecchiava la cultura del lavoro come pochi» racconta Giorgio Nardello, che fu promosso capitano. «All’inizio era difficile dialogare con lui, era diffidente e dovevi pesare le parole. Ma poi capii che era un burbero affettuoso, pieno di tenerezza. Una sorta di secondo padre. Maestri di calcio così oggi sarebbero introvabili.»
«Una persona degna di stima e perbene» aggiunge il massaggiatore Bruno Brindani da Mantova. «Serio, concreto, rispettoso. Ci teneva che si seguissero le sue direttive e sapeva usare bene bastone e carota. Prima di tutto un grande uomo.»
«Sono stato suo vice a Pescara oltre che suo giocatore» ricorda Edmondo Prosperi, oggi 81enne. «Aveva grande rispetto delle persone ma non sopportava i falsi. Da lui ho imparato tantissimo, non solo calcisticamente. Quando venne a mancare, il mondo del calcio gli voltò le spalle e anche i suoi familiari furono ignorati. Assurdità che non riesco a spiegarmi. Uno come Rosati merita rispetto eterno.»
La figlia Barbara, presente anni fa a Palazzo Latagliata per un ricordo di Iacovone, aggiunge un dettaglio doloroso: «Papà era buono d’animo e dava il cuore a tutti, anche a chi non lo meritava. Ma nel calcio esiste una parola terribile: cinismo. Quando papà ci lasciò, nessuno ci stette vicino. Molti pseudo amici sparirono. Lo convinsero a fare investimenti sbagliati e ci ritrovammo soli. A Pescara ha scritto la storia con tre campionati vinti e mai un riconoscimento. Rimasi invece commossa quando venni da voi nel 2018: lo avete ricordato con affetto sincero. Sto scrivendo un libro sulla sua vita, perché papà è la storia del calcio vero, passionale e onesto.»
Chiude Franco Selvaggi, presente quella sera di febbraio: «Ho avuto tanti allenatori, ma Rosati lo colloco alla pari dei grandi: Bersellini, Castagner, Corso, Carosi. Aveva reso il gruppo coeso e fortissimo. Con le reti di Iacovone saremmo andati in Serie A senza problemi. A Taranto ho avuto quattro allenatori, ma Rosati è quello che mi ha insegnato più di tutti.»
Auguri Tom — nome datogli a 14 anni da un capitano alleato sbarcato nella sua cittadina in piena guerra, quando lui insegnava calcio in cambio di un pezzo di cioccolata, come ricorda il libro Mai Dire Taranto dei fratelli Dibattista. Uomo vero, perbene, icona di un calcio che oggi non esiste più.

Giornalista pubblicista. Collaboratore, a vario titolo, di altre redazioni sportive di giornali, radio e televisioni nazionali. Esperto di attività Audiovisive, fotografiche e cinematografiche (diploma don Orione di Roma 1985). Presentatore televisivo e radiofonico per varie emittenti locali e di eventi anche a carattere nazionale. Scrittore. E’ in uscita il suo terzo libro. Esperienza nelle attività di pubbliche relazione in ambito militare.























