Calcio

IVAN ROMANZINI, NEL CUORE DI CHI LO HA AMATO

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di Guglielmo De Feis

Lunedì 16 marzo avrebbe compiuto ottant’anni e li avrebbe festeggiati come sempre, nell’intimità della sua casa di San Martino di Lupari, nel Padovano, insieme alla moglie Ivana, ai figli Fabio e Alessio e ai nipotini.
Il primo aprile di tre anni fa invece – e non è purtroppo un pesce – ci ha lasciati per sempre, a 77 primavere da poco compiute, portato via dal male del secolo. Pochi giorni dopo, la consorte e uno dei figli furono omaggiati dall’allora presidente Massimo Giove con una maglia personalizzata e un riconoscimento in sua memoria.

Del resto, otto anni in maglia rossoblù, di cui due con la fascia al braccio ereditata da Luciano Aristei, e 259 presenze (terzo di sempre dopo Antonio Manzella e Mario Biondi) sono più di una semplice parentesi: sono una parte di vita.
Ivan Romanzini, vicentino di origine e padovano d’adozione, era arrivato a Taranto nel 1969 grazie a Mario Caciagli – “un Maestro di vita”, dirà sempre – e in città aveva deciso di stabilirsi definitivamente, acquistando anche un distributore di carburante in corso Italia.
Fu ceduto nel 1977 al Brescia, ritrovando Gianni Seghedoni e affiancando due giovani rampanti come Evaristo Beccalossi e il futuro campione del mondo Alessandro “Spillo” Altobelli. Chiuse poi la carriera a Padova, ancora con Caciagli, a 38 anni suonati.

Era un Uomo Faro, sempre.
Il classico centrocampista che lottava e sgomitava come un dannato, autorevole nello spogliatoio, innamorato dei colori rossoblù quanto un tifoso della Nord dello Iacovone.
Erasmo arrivò proprio nell’anno della sua ultima stagione in riva ai Due Mari: ironia della sorte.

Auguri, Ivan. Chi ama questi colori non può non amarti.


LE TESTIMONIANZE

Bruno Brindani, massaggiatore, da Mantova:
“Una persona degna di stima come pochi, sempre disponibile e genuino con tutti. In campo dava tutto e bacchettava duramente i compagni se le cose andavano male. Parlare di Romanzini significa ricordare un’icona di questa società, non solo come calciatore ma come Uomo Vero.”

Giorgio Nardello, da Brescia, fresco ottantenne:
“Sono cresciuto con lui nel LR Vicenza. Era già un uomo maturo nelle giovanili e si capì subito che avrebbe fatto carriera. Meritava molto più della Serie B. Mi volle fortemente da voi, fece di tutto per convincere il mio presidente Di Maggio a portarmi. Era un Uomo squadra e un grandissimo amico. I lunedì eravamo spesso in gita con le famiglie: mio figlio Luca è cresciuto praticamente con suo figlio Fabio. Un grande abbraccio alla signora Ivana, ai figli e ai nipoti. Mi manca tantissimo.”

Rodolfo Cimenti, da Roncade, nel Trevigiano:
“Un amico fraterno, mi piange il cuore sapere che non è più tra noi. Giocammo insieme solo un anno in rossoblù, ma siamo rimasti in contatto. Andai a trovarlo pochi mesi prima che ci lasciasse, quando purtroppo stava già molto male. Una persona di grandissime qualità umane e morali. Un vero Capitano.”

Franco “Spadino” Selvaggi, da Matera:
“Quanto avrei voluto riabbracciarlo e chiedergli scusa se spesso sbagliavo… (si commuove). Mi ha insegnato tantissimo e fatto maturare come persona. Era il mio Capitano, insieme ad Aristei e Nardello. Persone vere, oggi quasi introvabili. Negli spogliatoi metteva tutti in riga perché aveva il DNA della persona dura e pretendeva il massimo. Abbraccio di cuore la moglie, i figli e i nipoti. Quello era calcio vero e passionale: entusiasmavamo una città intera ogni domenica. Oggi tutto questo è scomparso, così come persone perbene come lui.”

Francesco Leggieri

Giornalista pubblicista. Collaboratore, a vario titolo, di altre redazioni sportive di giornali, radio e televisioni nazionali. Esperto di attività Audiovisive, fotografiche e cinematografiche (diploma don Orione di Roma 1985). Presentatore televisivo e radiofonico per varie emittenti locali e di eventi anche a carattere nazionale. Scrittore. E' in uscita il suo terzo libro. Esperienza nelle attività di pubbliche relazione in ambito militare.

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