CARLO JACOMUZZI, L’ULTIMO DEI MOHICANI DI UN CALCIO VERO

di Guglielmo De Feis
77 anni all’anagrafe, ma l’animo è ancora quello del combattente che solcava i campi di un tempo. Carlo Jacomuzzi, torinese di nascita e novarese d’adozione da quasi mezzo secolo, oggi è più attivo che mai come Presidente dell’Associazione Osservatori, recentemente istituita e già riconosciuta ufficialmente in ambito federale.
«Non so stare fermo» ride di gusto, «e questo ruolo mi piace. Sono nel calcio da oltre sessant’anni, ormai ho esperienza da vendere. Ho lavorato come osservatore per Chelsea, Manchester City, Liverpool ed Everton: società serie, gestite da persone competenti, cosa che purtroppo in Italia non esiste da una vita. E aggiungo che sono stato direttore sportivo di Napoli e Roma, oltre che osservatore per i giallorossi, la Fiorentina e il Bologna. Erano altri tempi, avevo a che fare con Corrado Ferlaino — 95 anni appena compiuti e ancora in gran forma — e con Dino Viola, persone passionali oggi introvabili. Ma ciò che mi manda in bestia è la troppa pressione della politica in questo ambiente!»
La politica, un’antagonista storica per Jacomuzzi.
«Siamo schietti e onesti. Ma cosa c’entra la politica col calcio? Vi sembra normale che oggi i dirigenti vengano scelti da Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Madama? Le società italiane hanno persone messe lì dai politici, non giriamoci attorno! E i fallimenti in serie C? Ogni anno situazioni grottesche. E cosa cambia? Niente.»
Novarese d’adozione dal 1977, con un aneddoto pittoresco.
«Non volevo tornarci, lo dico ancora oggi. Non ce l’avevo con la città o i tifosi — sono il terzo bomber più prolifico della loro storia — ma erano retrocessi in C e a 28 anni non volevo scendere in terza serie. Poi mia moglie Gianna mi convinse. Avevamo deciso di stabilirci a Taranto: abitavamo in via Giovinazzi e volevamo comprare casa lì. Lei è genovese, genoana sfegatata, e ama il mare. L’estate dopo tornammo in vacanza sulla Litoranea.»
Tre stagioni in riva ai Due Mari.
«Di Taranto ho un ricordo stupendo. Ne parliamo ancora oggi con mia moglie e con mio figlio Pablo — la mia fotocopia — che ha sposato una lucana di Policoro e ha due bambini meravigliosi. Belle squadre, grande pubblico. Peccato non essere riusciti ad andare in serie A: la città merita ben altro.»
E Genova?
«L’idea era quella, essendo la città di mia moglie. Abbiamo ancora casa in Liguria e ci torniamo spesso. Poi nel 1981 è nato Pablo qui a Novara e ci siamo stabiliti in Piemonte. È una città tranquilla, senza pressioni, vicinissima a Milano: in 40 km sono a Malpensa per i miei viaggi di lavoro. Ironia della sorte, tifa Grifone da sempre, e ci conoscemmo quando giocavo nella Samp…»
Di quel Taranto, molti compagni oggi sono fuori dal giro.
«Non mi stupisce. Questo è un calcio in mano a persone poco raccomandabili. Io stesso non ho rapporti col Novara da anni, eppure ho dato tantissimo. Di cosa ci meravigliamo? Quando il Milan fa fuori un’icona come Maldini e la Fiorentina una bandiera come Antognoni, la risposta è evidente. O guardate il mio grande amico Bruno Conti, che lascerà la Roma dopo mezzo secolo. O Peppe Bruscolotti, che ha scritto la storia del Napoli e paga il biglietto per andare al Maradona!»
Il tema strutturale è un’altra ferita aperta.
«In serie D molte società vincono e poi non hanno strutture per i professionisti. Guardate il Vado. In Inghilterra gli stadi sono di proprietà e in bilancio alle società. Strutture adeguate, campi d’allenamento all’avanguardia, numericamente sufficienti per tutte le categorie. Manchester ha due squadre, due stadi di proprietà e centri sportivi che in Italia ci sogniamo. Stessa cosa in Spagna e Francia. Noi abbiamo la cultura dell’improvvisazione. Se sono tre Mondiali che non ci qualifichiamo e rischiamo gli Europei del 2032, devo aggiungere altro?»
Graziano Gori ripete spesso: “Il nostro era calcio vero”.
«Lo abbraccio di cuore, persona vera. Ed è così: noi giocavamo per guadagnare, sì, ma non per strafare. Oggi la politica ha messo in auge i procuratori, che decidono tutto e comandano le società. È illogico! Allenatori scelti per amicizie, incapaci di insegnare calcio; calciatori strapagati grazie agli agenti; società gestite da terzi incomodi. Io così non ci sto. In Inghilterra è diverso: scouting preparati, cantere strutturate, allenatori qualificati, meritocrazia. Non ricordo che la Regina Elisabetta II seguisse la Premier o mettesse il naso nelle questioni federali.»
Se vuoi, posso prepararti anche una versione breve, una versione per social, oppure una versione con taglio più narrativo o più giornalistico.

Giornalista pubblicista. Collaboratore, a vario titolo, di altre redazioni sportive di giornali, radio e televisioni nazionali. Esperto di attività Audiovisive, fotografiche e cinematografiche (diploma don Orione di Roma 1985). Presentatore televisivo e radiofonico per varie emittenti locali e di eventi anche a carattere nazionale. Scrittore. E’ in uscita il suo terzo libro. Esperienza nelle attività di pubbliche relazione in ambito militare.























