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Dalla morte di un lavoratore al lago di liquami: cosa hanno scoperto i Carabinieri in un’azienda di Laterza

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I Carabinieri hanno arrestato due persone e sequestrato un complesso zootecnico formato da tre aziende, del valore di diversi milioni di euro. L’indagine, avviata dopo la morte di un lavoratore indiano nel maggio 2024, coinvolge complessivamente quattro indagati e riguarda, tra le altre accuse, sfruttamento del lavoro, violazioni della sicurezza, inquinamento e disastro ambientale.

Sequestrato un complesso zootecnico a Laterza

I Carabinieri hanno sequestrato un complesso zootecnico a Laterza e arrestato due persone al termine di una lunga indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Taranto.

L’operazione riguarda tre aziende del settore zootecnico, considerate nel loro complesso tra le maggiori realtà italiane del comparto e con un valore quantificabile in diversi milioni di euro.

Quattro persone risultano indagate, a vario titolo, per reati che comprendono omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, inquinamento e disastro ambientale, gestione illecita di rifiuti, discarica abusiva e impiego di lavoratori stranieri privi di regolare permesso di soggiorno.

L’indagine è stata condotta dal Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando provinciale dei Carabinieri di Taranto, con la collaborazione del Nucleo Ispettorato del Lavoro e del Gruppo Carabinieri Forestali.

Alle attività ha fornito un contributo tecnico-scientifico anche l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

Complesso zootecnico a Laterza, l’indagine dopo la morte del lavoratore

L’inchiesta è iniziata dopo la morte di un lavoratore originario dell’India, avvenuta nella notte tra il 25 e il 26 maggio 2024.

Quello che inizialmente avrebbe potuto apparire come un grave incidente sul lavoro ha spinto gli investigatori ad approfondire l’organizzazione dell’attività aziendale, le condizioni dei dipendenti, la sicurezza dei macchinari e la gestione dei reflui zootecnici.

La morte del dipendente ha rappresentato il punto di partenza degli accertamenti sul complesso zootecnico a Laterza, successivamente estesi agli aspetti lavorativi, ambientali, sanitari e amministrativi.

Secondo gli accertamenti medico-legali, l’uomo sarebbe morto a causa di un gravissimo trauma toraco-addominale compatibile con una caduta da un mezzo pesante.

La ricostruzione investigativa indica che il lavoratore si sarebbe trovato su una pala caricatrice quando il mezzo avrebbe urtato una barriera in cemento del tipo “New Jersey”.

Dopo l’impatto, l’uomo sarebbe stato sbalzato a terra.

Il mezzo, secondo quanto rilevato dagli investigatori, sarebbe stato obsoleto e privo di cinture di sicurezza o di altri sistemi di ritenuta. Avrebbe inoltre presentato organi meccanici esposti, con rischi di impigliamento, ustioni ed eventuali scosse elettriche.

Il lavoratore, irregolare sul territorio nazionale, non avrebbe avuto i titoli necessari per condurre la pala meccanica.

Secondo l’ipotesi investigativa, al momento dell’incidente stava trasportando rifiuti di plastica destinati alla successiva combustione.

Turni fino a tredici ore nel complesso zootecnico a Laterza

Uno dei principali filoni dell’indagine riguarda la presunta intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato.

Le dichiarazioni dei dipendenti sono state confrontate con contratti, buste paga, comunicazioni obbligatorie e documentazione contabile.

Dagli accertamenti sarebbero emersi turni iniziati nelle prime ore del mattino e terminati in serata, con pause minime o inesistenti.

Le giornate lavorative sarebbero durate tra le dodici e le tredici ore.

I dipendenti si sarebbero occupati della mungitura, della pulizia delle stalle, dell’alimentazione degli animali, della movimentazione dei reflui e della conduzione di mezzi meccanici, spesso senza una chiara definizione delle mansioni.

Secondo la ricostruzione investigativa, nel complesso zootecnico a Laterza i lavoratori avrebbero ricevuto compensi non proporzionati alla durata dei turni e alle mansioni realmente svolte.

Una parte delle somme indicate nelle buste paga sarebbe stata restituita al datore di lavoro.

In altri casi, i pagamenti sarebbero avvenuti in contanti, anziché attraverso strumenti bancari tracciabili.

L’inquadramento contrattuale sarebbe inoltre risultato generico e non coerente con le attività effettivamente svolte.

La retribuzione oraria sarebbe stata inferiore a tre euro.

Secondo gli investigatori, il risparmio illecito ottenuto attraverso la mancata corresponsione delle somme dovute ai lavoratori avrebbe superato complessivamente i 300mila euro nel periodo esaminato.

Lavoratori stranieri dipendenti dall’azienda anche per l’alloggio

La condizione dei dipendenti sarebbe stata aggravata dalla loro particolare vulnerabilità.

Molti lavoratori erano originari del Punjab, in India.

Vivevano all’interno dell’azienda e dipendevano dal datore di lavoro anche per l’alloggio e per gli spostamenti.

Le difficoltà linguistiche, la precarietà economica e il timore di perdere il lavoro o il titolo di soggiorno avrebbero limitato la possibilità di contestare le retribuzioni, rifiutare turni eccessivi o denunciare le carenze di sicurezza.

Alcuni lavoratori hanno raccontato agli investigatori di aver venduto tutto ciò che possedevano prima di lasciare il proprio Paese.

Avrebbero affrontato lunghi viaggi per raggiungere l’Italia e sarebbero ancora impegnati a restituire i debiti contratti per la partenza.

Gli alloggi sarebbero stati ricavati in locali vicini alle stalle, con vistose macchie di muffa e condizioni considerate inadeguate sotto il profilo igienico e sanitario.

Telecamere wi-fi e controllo a distanza dei dipendenti

I lavoratori sarebbero stati controllati a distanza attraverso telecamere wi-fi installate senza le necessarie autorizzazioni.

Secondo la ricostruzione investigativa, il monitoraggio costante avrebbe reso più difficile chiedere pause e avrebbe accentuato la condizione di soggezione personale.

I dipendenti non avrebbero usufruito regolarmente di ferie e riposi.

A causa dei salari ridotti e della mancanza di tempo libero, si sarebbero nutriti prevalentemente con cipolle, patate, legumi e altri alimenti economici e facilmente conservabili.

Sicurezza nel complesso zootecnico a Laterza e rischio leptospirosi

Le verifiche sulla sicurezza del complesso zootecnico a Laterza avrebbero evidenziato carenze nella sorveglianza sanitaria e nella valutazione dei rischi professionali.

Le visite mediche obbligatorie non sarebbero state effettuate oppure sarebbero state eseguite soltanto dopo l’avvio dell’indagine.

La sorveglianza sanitaria sarebbe risultata incompleta e non sarebbero stati valutati adeguatamente i rischi legati al contatto con gli animali, ai reflui zootecnici, al rumore, alle vibrazioni, alle sostanze chimiche e alla movimentazione manuale dei carichi.

Le immagini del sistema di videosorveglianza avrebbero mostrato alcuni lavoratori impegnati nella sala di mungitura senza mascherine, protezioni per gli occhi e indumenti impermeabili.

Le attività sarebbero proseguite in queste condizioni anche dopo la diffusione della leptospirosi tra numerosi bovini.

La leptospirosi è una malattia batterica trasmissibile dagli animali all’uomo.

Nei casi più gravi può provocare danni renali ed epatici, meningite ed emorragie polmonari.

Benché fosse formalmente previsto l’uso di calzature antinfortunistiche, diversi addetti avrebbero ricevuto soltanto stivali o gambali di gomma.

Nel complesso aziendale sarebbero state inoltre individuate strutture in eternit danneggiate in più punti.

Reflui prodotti dal complesso zootecnico a Laterza

Gli accertamenti ambientali eseguiti nel complesso zootecnico a Laterza si sono concentrati sulla gestione delle deiezioni animali, delle acque di lavaggio e degli altri rifiuti prodotti dall’attività.

Secondo la ricostruzione tecnica, gli impianti regolarmente autorizzati non sarebbero stati sufficienti a contenere la quantità di reflui generata dagli animali.

Sarebbe stato quindi realizzato un sistema parallelo composto da vasche, canali, tubazioni, argini, scavi e riporti di terreno, destinato a convogliare le sostanze all’esterno delle aree consentite.

I sopralluoghi e i sorvoli con i droni avrebbero documentato la presenza di un canale che attraversava cumuli di letame lunghi diverse decine di metri e terminava in un lago artificiale.

Il bacino, secondo gli investigatori, era lungo circa 120 metri e largo fino a 45 metri in alcuni punti.

Durante l’esecuzione dell’operazione, l’intero sistema di invasi e terrazzamenti avrebbe raggiunto una superficie complessiva vicina ai due ettari.

Sostanze chimiche e superamento dei limiti di tossicità

Nel canale sarebbe stato rilevato lo scorrimento continuo di liquami maleodoranti e sostanze chimiche provenienti dalle stalle.

Le acque utilizzate per il lavaggio degli ambienti e degli abbeveratoi si sarebbero mescolate con le deiezioni liquide e solide, defluendo verso valle senza alcun trattamento.

Il liquido raccolto nel bacino era scuro, torbido e caratterizzato da bolle superficiali riconducibili a processi di fermentazione anaerobica.

Le analisi avrebbero rilevato il superamento dei limiti di tossicità attraverso test biologici condotti sulla Daphnia magna, un piccolo crostaceo utilizzato come indicatore della qualità delle acque.

Nel bacino sarebbero stati riscontrati solidi sospesi, fosforo, cloruri, alluminio, ferro, manganese, rame e selenio.

Alcuni bovini sarebbero stati osservati mentre entravano nello specchio d’acqua nelle ore più calde.

Anche esemplari di specie di avifauna protetta si sarebbero abbeverati nel bacino contaminato.

Tra le specie indicate dagli investigatori figurano il limicolo, il codibugnolo, il passero d’Italia e la tortora dal collare.

Una discarica abusiva estesa su 21mila metri quadrati

Nella zona sottostante il lago, i reflui sarebbero stati fatti scorrere lungo la naturale pendenza del terreno per separare la componente liquida da quella solida.

La parte essiccata sarebbe stata successivamente riutilizzata come concime agricolo.

Secondo gli accertamenti, su una superficie di circa 21mila metri quadrati sarebbe stata realizzata una discarica abusiva di rifiuti zootecnici.

La rimozione del materiale accumulato richiederebbe una spesa stimata in circa 1,6 milioni di euro e interventi di carattere straordinario.

Gli investigatori hanno inoltre sequestrato altre due aree destinate al deposito incontrollato di rifiuti.

Al loro interno sarebbero stati rinvenuti apparecchi elettrici ed elettronici dismessi, i cosiddetti RAEE, e fusti contenenti sostanze chimiche, tra cui formaldeide.

Anche i liquidi raccolti nel lago artificiale sarebbero stati utilizzati mediante una pompa per irrigare i campi circostanti.

Le opere contestate nel Parco regionale Terra delle Gravine

Il canale, il lago artificiale e le altre opere contestate sarebbero stati realizzati in un’area sottoposta a vincoli paesaggistici, ambientali, archeologici e idrogeologici.

La zona ricade nel Parco regionale Terra delle Gravine ed è caratterizzata dalla presenza di chiese rupestri, insediamenti medievali e testimonianze della Civiltà Enolitica di Laterza.

Durante un sopralluogo effettuato con personale specializzato della Soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo di Taranto sono stati trovati anche resti di ceramiche, la cui origine non è stata ancora definita.

L’area era stata interessata in passato da gravi fenomeni alluvionali, tra cui l’alluvione di Ginosa del 2013.

Gli accertamenti condotti attraverso cartografie storiche acquisite presso l’Istituto Geografico Militare avrebbero inoltre evidenziato che le opere contestate non erano presenti prima della costituzione dell’azienda agricola, risalente al 2010.

Complesso zootecnico a Laterza, le accuse da verificare

Il sequestro del complesso zootecnico a Laterza ha interessato non soltanto le strutture produttive, ma anche le aree nelle quali sarebbero stati accumulati o convogliati reflui e rifiuti.

Secondo la Procura e i Carabinieri, la morte del lavoratore, lo sfruttamento della manodopera straniera, le violazioni della sicurezza, l’inquinamento e le trasformazioni abusive del territorio sarebbero elementi riconducibili a un unico modello di gestione.

L’ipotesi accusatoria è che le esigenze di continuità dell’attività e di riduzione dei costi abbiano prevalso sulla sicurezza dei dipendenti e sulla tutela dell’ambiente.

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari.

Le misure eseguite hanno natura cautelare e si basano sul quadro indiziario attualmente disponibile.

Tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza irrevocabile di condanna.

Le contestazioni riportate rappresentano esclusivamente l’ipotesi accusatoria e dovranno essere verificate nelle successive fasi del procedimento, nel pieno rispetto del diritto di difesa.

Redazione Pugliapress

PugliaPress Quotidiano cartaceo e online dal 7 dicembre del 2000 redazione@pugliapress.it direttore@pugliapress.it

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