Una vita salvata tra Martina Franca e Taranto Scene da telefilm
Sembrava essere in uno dei film cult della TV, come ad esempio E.R Medici in prima linea, ma questa volta è tutto vero
Siamo alla discarica di Ortolini, nella zona industriale di Martina Franca. Una mattinata come tante, persone al lavoro, gesti abituali. Nessun segnale che possa far pensare a quello che sta per accadere.
Un uomo del 1969, A.C., artigiano, fabbro, ex operaio della Scrimieri, accusa un malore. Dice che gli gira la testa, si avvicina al camioncino, si appoggia. È in quel momento lil fato vuole che lì presente c’è l’avvocato Donato Antonio Muschio Schiavone
Non è un dettaglio. L’avvocato si accorge subito che non è un semplice capogiro. Gli parla, lo sostiene, gli dà dell’acqua, cerca di tenerlo vigile. In quei secondi capisce che la situazione è seria.
A.C. si accascia, poi riapre gli occhi, poi li richiude. Alterna presenza e assenza. È una linea sottile, quella che separa ciò che sta accadendo. È lì che parte tutto.
La chiamata ai carabinieri, il contatto con il pronto soccorso, il collegamento con il 118. Le domande sono rapide, essenziali. Non c’è confusione, c’è urgenza. Nel frattempo la situazione peggiora. Non si può aspettare.
Si decide il trasferimento immediato verso l’ospedale, mentre il contatto con una dottoressa del 118 resta aperto. Ogni passaggio viene seguito, guidato, monitorato. Dal momento della chiamata all’arrivo al pronto soccorso di Martina Franca passano sei minuti.
Sei minuti che fanno la differenza. All’arrivo, la risposta è immediata. La dottoressa Francesca Mancini, il cardiologo Davide De Santis, la dottoressa Elena Caricola della rianimazione, insieme al personale infermieristico, intervengono senza esitazioni.
A.C. arriva in condizioni critiche. Per più di un momento, Il cuore si ferma. E per più di una volta, viene rianimato. Viene intubato. Non è un’immagine. È ciò che accade.
Dopo le prime manovre, dopo i primi esami, si capisce che bisogna andare oltre. Scatta il trasferimento al Santissima Annunziata di Taranto. Dodici minuti. Lì viene operato. E, definitivamente, salvato.
I medici lo dicono con chiarezza: è vivo per la tempestività degli interventi. Per la rapidità. Per la capacità di riconoscere subito la gravità e agire senza perdere tempo.
Oggi A.C. è vivo. Sta bene. È fuori pericolo. E per lui è un miracolo. E questa è la notizia. Non una polemica, non un’accusa, non un caso da discutere. Ma un fatto.
Una vita che, per più di una volta, si è fermata ed è stata ripresa. Una vita che oggi continua.
In un tempo in cui è facile attaccare, criticare, diffidare, questa storia dice qualcosa di diverso. Dice che esiste una sanità che funziona. Che esiste un sistema che, quando viene messo alla prova, risponde. Certo, non è perfetto. Deve migliorare. Deve essere rafforzato. Ma esiste. E soprattutto, ha un elemento fondamentale: le persone.
Persone che intervengono sul posto. Persone che capiscono. Persone che agiscono. Persone che non perdono tempo. Ed è da lì che tutto è partito. Da chi ha compreso subito la gravità, da chi ha attivato i soccorsi, da chi ha accompagnato ogni passaggio fino all’ospedale.
E poi medici, infermieri, operatori, l’autista che mette solo 12 minuti per arrivare da Martina a Taranto e che potrebbe fare concorrenza a Andrea Kimi Antonelli, con la differenza che non guidava una mercedes di formula uno ma una ambulanza. Il grazie, in questi casi, non è una formula di cortesia. È il riconoscimento dovuto a chi, in pochi minuti, ha fatto esattamente ciò che doveva fare: salvare una vita umana.
Perché la vera notizia è questa. Una vita è stata salvata. e su questo bisognerebbe essere tutti d’accordo. Questi ragazzi, l’avvocato, tutti i medici, ma anche i due ospedali andrebbero ringraziati.
Antonio Rubino è giornalista, editore e direttore del Gruppo Puglia Press e de La Voce del Popolo. Esperto di comunicazione e organizzatore di grandi eventi, ha collaborato anche con la RAI. Leggi la biografia completa























