Perché ha perso il centrodestra. Ma chi ha perso davvero?

Questa volta mi trovo d’accordo con Maria Francesca Fusani che la riforma si doveva fare i parlamento e sarebbe passata a maggioranza

C’è un passaggio dell’analisi di Maria Francesca Fusani che colpisce per lucidità. Ed è raro dirlo, soprattutto quando in passato non si è stati sempre d’accordo.
Ma stavolta sì. Perché il punto da cui parte è quello giusto: la differenza è minima. Parliamo di un 4%. Uno scarto che, se letto correttamente, cambia completamente il senso politico di questo voto.
Qualcuno parla di un divario dell’8%, ed è vero solo in parte. Quello è il margine tra i due risultati. Ma il dato politicamente rilevante è un altro. Se si sposta il 4% dei voti dal No al Sì, il risultato si riequilibra completamente. Questo perché ogni voto spostato vale doppio: toglie da una parte e aggiunge dall’altra.
In altre parole, è bastato il 4% per determinare tutto. Ed è questo che racconta davvero il Paese: un equilibrio fragile, non una vittoria netta.
Questo significa che l’Italia è sostanzialmente divisa a metà. E che una parte enorme degli italiani chiede comunque una riforma della giustizia.
Il dato più interessante, però, è un altro. Guardando partito per partito, emerge che nel centrodestra molti elettori hanno votato per il no, mentre nel centrosinistra tanti hanno votato per il sì. Un voto trasversale, che rompe gli schemi e dimostra che il tema non appartiene a uno schieramento, ma al Paese.
Ed è qui che si inserisce l’errore politico. Il centrodestra ha scelto lo scontro, portando la riforma sul terreno del referendum. Una scelta che lo ha esposto e, di fatto, lo ha portato a giocare la partita sul campo più favorevole al centrosinistra.
Non a caso, l’unica vera campagna elettorale è stata quella di Giorgia Meloni, mentre negli altri partiti le divisioni interne sono state evidenti. I numeri lo confermano: le posizioni erano tutt’altro che compatte.
Proprio per questo, la strada poteva essere un’altra. Una riforma della giustizia, così trasversale, poteva nascere in Parlamento, dove avrebbe trovato confronto e condivisione.
Oggi, invece, si parla di vittorie e sconfitte. Ma con uno scarto così ridotto, queste letture somigliano più a cronache da stadio che a vere analisi politiche.
La verità è che non ha vinto davvero il centrosinistra e non ha perso solo il centrodestra.
Ha perso la politica, che ha scelto lo scontro invece della sintesi.
Eppure la partita non è chiusa. Perché il referendum ha bocciato una proposta, non la necessità di riformare. Quella resta. Ed è forte.
La politica può ancora rimediare. Riportando il tema in Parlamento e costruendo una riforma condivisa, senza trasformarla in una battaglia.
Perché sulla giustizia non dovrebbe vincere uno schieramento.
Dovrebbe vincere lo Stato.
Antonio Rubino è giornalista, editore e direttore del Gruppo Puglia Press e de La Voce del Popolo. Esperto di comunicazione e organizzatore di grandi eventi, ha collaborato anche con la RAI. Leggi la biografia completa























