Centrale di Cerano, l’intervento dell’UGL sulla crisi occupazionale. Il Governo va verso la nazionalizzazione del sito.

La Segreteria Nazionale UGL Chimici esprime piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori dell’indotto della centrale Enel “Federico II” di Cerano (Brindisi), che da settimane vivono una condizione di grave incertezza e presidiano il sito giorno e notte per difendere il proprio lavoro e il futuro del territorio.
L’UGL Chimici ritiene indispensabile che Enel, le istituzioni e le parti sociali individuino in tempi rapidi una soluzione concreta, che salvaguardi l’occupazione e garantisca la tenuta economica e sociale di un’area che per decenni ha contribuito in modo decisivo alla produzione energetica nazionale. La transizione energetica non può tradursi in un arretramento industriale, ma deve poggiare su un progetto industriale solido, capace di generare lavoro stabile e valorizzare le competenze presenti.
In questa prospettiva – si legge nella nota del sindacato – si chiede che il percorso di riconversione della centrale di Cerano non si limiti alla sola realizzazione degli impianti BESS (Battery Energy Storage System) previsti da Enel, ma preveda anche interventi strutturali: la demolizione delle attuali caldaie a carbone e la costruzione di nuovi impianti a ciclo combinato alimentati a gas, coerenti con gli obiettivi di decarbonizzazione e con le esigenze di sicurezza energetica nazionale.
Le richieste per circa 60 GW pervenute a Terna, anche in relazione al fabbisogno dei nuovi data center, evidenziano in questo senso, secondo il sindacato, un fabbisogno aggiuntivo non previsto dal PNIEC e rendono il sito di Cerano un nodo strategico che non può essere ignorato.
La Segreteria Nazionale UGL Chimici chiede infine un intervento tempestivo di Enel e delle istituzioni competenti, che assicuri certezze alle lavoratrici e ai lavoratori dell’indotto (al momento a rischio licenziamento ci sono infatti 50 dipendenti della Sir) e garantisca, per le lavoratrici e i lavoratori Enel impossibilitati a svolgere la normale attività a causa del blocco, la corretta copertura e gestione dei giustificativi di assenza.
La riconversione industriale della vastissima area a sud di Brindisi occupati dalla Centrale Enel Federico II è uno dei temi presenti da molto tempo sul tavolo delle discussioni fra sindacati e Governo, a partire dall’ipotesi di lavoro che prevedeva la chiusura della Centrale il prossimo 31 di dicembre.
Per questo motivo, il Ministero dell’Industria e del Made in Italy aveva attivato un bando al fine di raccogliere proposte da parte di investitori desiderosi di presentare progetti industriali con i quali utilizzare i grandi spazi lasciati liberi dalla Centrale, la quale già da tempo, ad eccezione di un breve periodo seguente all’inizio del conflitto russo-ucraino, è di fatto inattiva.
Il bando aveva raccolto oltre 40 manifestazioni d’interesse, da aziende impegnate nei più svariati ambiti produttivi, dal settore delle energie rinnovabili a quello della meccatronica, offrendo prospettive occupazionali ai lavoratori già impegnati nel sito ed anche a nuovi inserimenti.
Tuttavia, nel corso del 2025, con l’avvicinarsi della fatidica data della chiusura, nel Governo Meloni, soprattutto per volontà del dicastero dell’Ambiente, ha preso piede l’idea di non chiudere del tutto ancora il capitolo delle due centrali a carbone presenti sul territorio nazionale, Brindisi e Civitavecchia, considerate strategiche nel caso di future crisi energetiche, e di lasciarle per altri 5 anni a disposizione in casi di eventuali emergenze.
Questo ha finito col ritardare anche l’avvio del complessivo piano di riutilizzo dell’area di Cerano, e di questi giorni è la notizia che lo stesso Governo che non vuole intervenire direttamente sull’acciaieria di Taranto per garantire occupazione e futuro utilizzo dell’area, avrebbe invece in animo di nazionalizzare le centrali Enel di Cerano e Civitavecchia.
Ancora pochi giorni e se ne capirà qualcosa in più.



