GIUSEPPE CARAMANNO, MAESTRO DI CALCIO E DI DIGNITÀ: L’UOMO VERO CHE HA SEGNATO TARANTO

di Guglielmo De Feis
Tra poco più di due settimane compirà 86 anni. Ha scritto un libro sulle idee del calcio, ha attraversato decenni di panchine, battaglie, intuizioni e rivoluzioni silenziose. Da quasi trent’anni ha scelto di lasciare il campo, ritirandosi nella sua Piana degli Albanesi, vicino Palermo, dove oggi si gode una pensione serena mentre il figlio Paolo guida il Comune da più mandati.
L’ultima parentesi in Serie B del Taranto porta la sua firma, nel 1993. E Giuseppe Caramanno, uomo dalla scorza dura ma dal cuore d’oro, resterà per sempre una pietra miliare della nostra storia.
Alcuni anni fa, durante una lunga chiacchierata telefonica, con la sua consueta gentilezza spiegò perché aveva deciso di chiudere col calcio:
«Non era più il mio mondo. Comandavano persone che non meritavano di starci. Io, fedele al mio carattere e poco incline ai compromessi, ho detto basta. Nel 1989 portai il Foggia in B, avevo un altro anno di contratto, ma dopo la trasferta decisiva di Trapani non tornai in Puglia: avevano già scelto Zeman. Stracciai un contratto da duecento milioni. La dignità non ha prezzo».
Raccontò anche della Primavera dell’Avellino, inizio anni Ottanta: una Coppa Italia vinta contro il Cesena di un certo Arrigo Sacchi. «Sibilia era tosto, ma capì che avevo le mie idee. Lavorai sereno con i giovani, tra cui un certo Pietro Maiellaro».
E ricordò con orgoglio i complimenti ricevuti da Bruno Bolchi dopo l’1-1 di Lecce del 25 aprile 1993, e da Azeglio Vicini dopo il 2-0 di Cesena all’ultima giornata: entrambi stupiti che una squadra così valida fosse retrocessa. «La cultura del lavoro aveva fruttato, ma la situazione societaria era delicatissima. Quella fu la vera causa della retrocessione. E poi arrivarono anni bui per la vostra splendida città».
Le testimonianze di chi lo ha vissuto parlano da sole.
Sasà Campilongo, che lo ebbe alla Casertana, lo definisce senza esitazioni:
«Un maestro di calcio. Meritava molto di più, ma contano sponsor e amicizie. Lui conosceva solo il lavoro incessante. Facemmo dieci vittorie consecutive e contendemmo la B proprio al Taranto e alla Salernitana. Gli sarò grato per sempre».
Lo Zar Pietro Maiellaro ricorda la sua modernità:
«Già allora aveva un’idea di calcio offensivo all’olandese. Terzini e centrocampisti dovevano coordinare il gioco degli attaccanti. Un precursore del calcio totale in Italia. Sacchi stesso gli fece i complimenti dopo la finale».
Chiude Michele Cazzarò, tarantino doc:
«Avevo vent’anni. Caramanno era un martello, pretendeva il massimo e ti migliorava. Un grande uomo prima di tutto: onesto, di valori veri, mai schiacciato da nessuno. Se ha rinunciato alla B per dignità, vuol dire che aveva un carattere enorme».
Auguri, Caramanno.
Figlio di un calcio vero, passionale, fatto di lavoro, idee e schiena dritta.
Un calcio che non esiste più, ma che grazie a uomini come te continua a insegnare.

Giornalista pubblicista. Collaboratore, a vario titolo, di altre redazioni sportive di giornali, radio e televisioni nazionali. Esperto di attività Audiovisive, fotografiche e cinematografiche (diploma don Orione di Roma 1985). Presentatore televisivo e radiofonico per varie emittenti locali e di eventi anche a carattere nazionale. Scrittore. E’ in uscita il suo terzo libro. Esperienza nelle attività di pubbliche relazione in ambito militare.























