
La Regione deve indicare entro fine aprile come coprire il disavanzo. Sul tavolo un commissariamento tecnico che permetterebbe di alzare le tasse già nel 2026 ed evitare tagli immediati ai servizi.
Il disavanzo della sanità pugliese arriva a 369 milioni di euro e ora la Regione è chiamata a trovare in tempi stretti una strada per rimettere in ordine i conti. Entro la fine di aprile il presidente Antonio Decaro dovrà comunicare ai ministeri competenti quali misure adottare e da quali capitoli di bilancio reperire le risorse necessarie per chiudere il buco.
Il nodo è tutto qui: coprire una cifra di queste dimensioni senza intervenire in modo pesante su servizi già sotto pressione appare molto difficile. I margini di manovra sono ridotti e, secondo l’impostazione che emerge in queste ore, l’operazione non sarebbe sostenibile con semplici correzioni interne. Il rischio concreto è che, senza una soluzione rapida, si apra una fase di tagli lineari o di gestione straordinaria imposta dal governo.
Aumento Irpef sanità Puglia, la strada del commissariamento tecnico
Tra le ipotesi in valutazione c’è quella di un commissariamento “soft”. In pratica sarebbe lo stesso presidente della Regione a essere nominato commissario per il risanamento dei conti sanitari. Una soluzione tecnica che consentirebbe di agire in deroga ai tempi ordinari della leva fiscale.
In questo quadro, Decaro potrebbe intervenire sull’addizionale Irpef già da quest’anno, con effetti immediati sulla dichiarazione prevista a giugno 2026. È questo l’aspetto più delicato dell’intera vicenda: un aumento dell’Irpef approvato con le procedure ordinarie produrrebbe effetti solo dal 2027, quindi troppo tardi per affrontare il problema della copertura immediata del disavanzo.
Il commissariamento affidato al governatore servirebbe quindi a evitare un passaggio politico ad alto rischio in Consiglio regionale, dove l’aumento delle tasse o eventuali tagli potrebbero aprire uno scontro duro con le opposizioni. In sostanza, la scelta verrebbe spostata su un piano tecnico-amministrativo, con l’obiettivo di garantire tempi più rapidi e maggiore libertà di intervento.
Cosa succede se la Regione non chiude il piano entro il 31 maggio
La scadenza decisiva è quella del 31 maggio. Se entro quella data non dovesse arrivare un piano ritenuto adeguato, lo scenario cambierebbe in modo netto. In quel caso il governo potrebbe nominare un commissario ad acta esterno alla Regione, con poteri più incisivi e un’impostazione molto più rigida.
Le conseguenze sarebbero pesanti. Si parla di aliquote fiscali portate al massimo senza distinzione tra fasce, blocco della spesa, tagli lineari e una riorganizzazione profonda del sistema sanitario regionale. A quel punto la sanità pugliese finirebbe di fatto sotto il controllo diretto di Roma, con un ridimensionamento dell’autonomia politica e gestionale della Regione.
Il punto centrale resta l’equilibrio tra conti e servizi. Coprire il disavanzo è un obbligo, ma il modo in cui si interverrà avrà effetti diretti su cittadini, contribuenti e strutture sanitarie. Un aumento fiscale immediato alleggerirebbe la pressione sui tagli, ma sposterebbe il peso del risanamento sulle famiglie e sui redditi. Al contrario, una mancata correzione in tempi utili aprirebbe la strada a un intervento esterno ancora più duro.
Nelle prossime settimane si capirà se la Puglia riuscirà a mantenere in mano la gestione di questa fase delicata oppure se sarà costretta a cedere il controllo al governo centrale. La partita si gioca in pochi giorni e riguarda non solo i numeri del bilancio, ma anche il futuro dell’organizzazione sanitaria regionale.

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