AUGURI GRANDE TATO SABADINI, UOMO VERO DI UN CALCIO CHE NON C’È PIÙ

di Guglielmo De Feis
Oggi Giuseppe Sabadini compie 77 anni e si gode la pensione nella “sua” Catanzaro, città che lo ha adottato da una vita, nonostante le origini a Sagrado, in provincia di Gorizia, e quell’accento friulano ancora inconfondibile.
La parentesi tarantina, da settembre a dicembre 2004, continua però a portarla nel cuore: non per i risultati, non per la dirigenza, ma per l’affetto della città e dei tifosi. Perché Tato è uno di quelli “vecchio stampo”, come ama definirsi.
«Taranto è parte della mia vita, anche se non voglio parlare della dirigenza di allora, altrimenti farei un vespaio di polemiche inutili» ricorda, riferendosi all’esonero dopo la sconfitta col Manfredonia. «Città stupenda, gente calorosa e passionale. Mi dispiace solo che vivemmo prima il fallimento e poi l’avvento di nuova gente che preferisco non citare. Io vengo da un calcio meritocratico, basato su altri valori».
In rossoblù allenò per cinque partite il suo amico Piero Braglia.
«Col caratterino che si ritrova non poteva certo andare d’accordo con chi stava al timone societario. Ma per gestirlo devi metterlo nelle condizioni di lavorare come dice lui. Ho avuto maestri come Nereo Rocco e Carlo Mazzone: parliamo di gente di un altro livello».
E poi c’era Gianni Rivera.
«Una persona d’altri tempi anche il Golden Boy. Giocammo insieme anche in nazionale. Non a caso è fuori dal giro da anni: quando Berlusconi prese il Milan decise di estraniarsi perché non ne condivideva le idee. E parliamo di uno che ha scritto la storia del calcio, non di un tizio qualunque. La maglia azzurra te la sudavi, mica come ora. Oggi il calcio è show, comicità. Lo seguo quasi con distacco».
Il Paron Rocco, con le sue frasi in triestino, resta un ricordo indelebile.
«Uno spasso. A Milanello arrivava col fiascone di vino e se lo teneva in panchina. Urlava sempre: “MONA CHE ME CUMBI’N?”. Ho avuto anche un giovane Trapattoni come vice, un predestinato. Gente oggi introvabile, come il povero Mazzone».
E Taranto oggi annaspa in Eccellenza.
«Senza una società forte non fai nulla. Da quando venne il tizio che mi esonerò, quanti presidenti avete cambiato? E quanti saliscendi avete avuto? La risposta è lì. Mi dispiace per città e tifosi: meriterebbero la Serie A per il loro tifo meraviglioso. Ma senza manico fai poco».
Auguri, grande Tato.
Uomo vero, perbene, di un calcio che oggi sembra sempre più finto e mascherato.

Giornalista pubblicista. Collaboratore, a vario titolo, di altre redazioni sportive di giornali, radio e televisioni nazionali. Esperto di attività Audiovisive, fotografiche e cinematografiche (diploma don Orione di Roma 1985). Presentatore televisivo e radiofonico per varie emittenti locali e di eventi anche a carattere nazionale. Scrittore. E’ in uscita il suo terzo libro. Esperienza nelle attività di pubbliche relazione in ambito militare.























