GIUSEPPE PAVONE, TUTTO UN TEMPO DI CALCIO VERO

di GUGLIELMO DE FEIS
Domenica 15 compirà 76 anni e nella sua lunga ed onorevole carriera (ha anche vestito la maglia dell’Inter) vanta due stagioni in rossoblù tra il 1979 e il 1981, con la fascia di capitano al braccio. Dalla “sua” Foggia (è originario di Barletta), Giuseppe Pavone – reduce da una parentesi grottesca da direttore sportivo a Trapani – spiega cosa significa il calcio in senso serio.
«Della parentesi siciliana non voglio più parlarne, gentilmente non chiedetemi niente in merito. Già per principio odio i riflettori da sempre e preferisco una vita molto lontana da certi ambienti ipocriti e di chiacchiere senza costrutto. Sono sempre stato così e non cambio idea: i salotti e le puerilità sono discorsi che non mi competono. Dispiace vedere Taranto in questa categoria, ovvio, ma è lo specchio di un mondo malato cronico da anni».
Il Foggia dei miracoli di Zeman porta però la sua firma come direttore sportivo e scopritore di talenti.
«Anni belli, figli di una grossa costruttività societaria, e che purtroppo sono ormai remoti. Ne sono onorato del lavoro che ho svolto: abbiamo saputo strutturare bene un lavoro certosino nel tempo e questo fa piacere. Ma tutto nella vita ha un inizio e una fine, quindi è tutto un bel quadro… ma che fa parte del passato».
Centrocampista di qualità, cresciuto nei rossoneri dauni, poi gli anni d’oro a Milano sulla sponda nerazzurra.
«Era un altro calcio e non si può confrontare coi tempi odierni. Non possiamo certo compararlo ai tempi attuali: esistevano altre componenti dirigenziali e tecniche. Ovvio che l’esperienza interista mi ha formato come uomo prima di tutto: è un ambiente che insegna regole vere e ferree e che ti fa capire cosa significa vestire una maglia così gloriosa. Ho vissuto tre anni bellissimi (57 presenze e sette reti), vincendo una Coppa Italia. Ho imparato da grandi cultori di calcio, su tutti Eugenio Bersellini, che mi ha insegnato il rispetto delle regole e l’onestà».
Da giovane visse una parentesi in granata a Torino.
«Ero nelle giovanili, non giocai in Serie A. Anche quella resta una bellissima esperienza in una signora società che ha scritto la storia del calcio. Ho respirato, sia pure solo per una stagione, l’aria di uno spogliatoio prestigioso, e questo è un grandissimo onore.
La massima divisione l’ho conosciuta nella mia città di adozione a 23 anni (sotto l’egida di Lauro Toneatto) e la riconquistai a Pescara nel 1979, segnando la rete dell’1-0 nello spareggio contro il Monza. Da voi l’unico rammarico è stata la retrocessione nel 1981, ma il -5 di partenza fu maledettamente incisivo».
Poi ha smesso a 36 anni alla Cavese, con la storica vittoria di San Siro contro il Milan.
«Cinque stagioni stupende (ero capitano anche in Campania) e un ricordo indelebile che resterà scolpito in eterno. Ancora oggi, quando torno lì dove sono stato anche direttore sportivo, ritrovo tanti amici che me lo ricordano».
Ha girato a lungo l’Italia calcisticamente parlando, ma mai a Taranto come dirigente.
«Un grosso rammarico: non nego che mi sarebbe piaciuto tantissimo. Ho sempre amato lavorare molto sulla valutazione attenta del giovane talento e sulle spese contenute. Credo che non sia poco. Oggi invece, purtroppo, i giovani calciatori sono considerati tabula rasa e si punta su stranieri che alla fine fruttano poco o niente sul campo».
Tra i suoi compagni di squadra Rudi Cimenti (anche a Foggia) e Graziano Gori.
«Due ottime persone, degne di grande stima umana. E ricordo con affetto anche Bruno Brindani, lo storico massaggiatore: un uomo eccezionale come pochi a livello di comprensione e qualità morali. Per non dimenticare ovviamente il dottor William Uzzi, un tifoso vero e passionale che amava i colori rossoblù forse pure più della sua famiglia».
Brindani ha sempre speso parole auree su di lei come persona.
«Consentitemi di abbracciarlo affettuosamente, prima di tutto perché era una sorta di fratello minore per me. Avevamo un ottimo rapporto, basato su rispetto reciproco umano e professionale. Una degna persona che avrebbe meritato di più nel calcio, nel ruolo che svolgeva con grandissima precisione e competenza. Oggi è in pensione? Ha svolto una signora carriera come massaggiatore e aveva un papà anch’egli nel settore, al Mantova, di cui avevo sentito parlare bene. Gente come Bruno merita solo stima eterna: oggi sono introvabili persone della sua caratura, credetemi».
Gori, Cimenti, Berlanda (suo grande amico) e tanti altri sono fuori dal giro da anni.
«Purtroppo quando si è troppo seri e perbene non si è più considerati. Questo è il male odierno, non solo calcistico. Graziano meritava una carriera molto più prestigiosa, idem Rudi che conosco da mezzo secolo e siamo anche coetanei. Ad esempio, quando ero a Foggia avevo come compagno Franco Liguori, considerato una promessa destinata alla nazionale: purtroppo lo scontro con Benetti, quando era al Bologna, gli chiuse anzitempo la carriera a soli trent’anni. Come accadde a Vincenzo Guerini alla Fiorentina, che smise a soli 22 anni per colpa di quel maledetto incidente stradale in cui, grazie a Dio, si salvò da guai peggiori».
A 76 anni ha ancora voglia di stare nel giro?
«Non mi sento assolutamente un pensionato (ride). Per cui non rinuncio a nessuna opportunità, se dovessero capitare occasioni future. Il calcio, malgrado tanti aspetti poco normali attuali, mi piace sempre.
Il Taranto? Ha un ottimo direttore come Danilo Pagni, un competente che conosce bene queste categorie e che ha costruito a inizio secolo il Gallipoli dei miracoli. Quindi fidatevi di lui: sa il fatto suo.
Un mio approdo da voi? I matrimoni si fanno in due…».
Auguri Capitano illustre, Uomo vero e perbene di un calcio pantomimico.

Giornalista pubblicista. Collaboratore, a vario titolo, di altre redazioni sportive di giornali, radio e televisioni nazionali. Esperto di attività Audiovisive, fotografiche e cinematografiche (diploma don Orione di Roma 1985). Presentatore televisivo e radiofonico per varie emittenti locali e di eventi anche a carattere nazionale. Scrittore. E’ in uscita il suo terzo libro. Esperienza nelle attività di pubbliche relazione in ambito militare.



