TARANTO – Pubblichiamo il comunicato stampa dello studio legale 3A:

“Pur rendendosi conto delle condizioni di disorientamento del paziente, lì ricoverato, ometteva di avvisare il personale medico di tale criticità e di adottare immediate misure idonee a prevenire il rischio di una caduta dal letto di ricovero, in tal modo provocandone appunto la caduta direttamente sul pavimento e cagionandogli lesioni cervico-midollari da cui derivava la morte per insufficienza respiratoria”. Con tali motivazioni il Pubblico Ministero della Procura di Taranto, dott. Mariano Buccoliero, titolare del procedimento penale per la morte, a soli 64 anni, di Antonio Pesce, di Palagianello, ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo per A. D. L., 42 anni, anche lei di Palagianello, infermiera all’ospedale di Castellaneta, dove si è consumata la tragedia, il 17 dicembre 2016. E in relazione alla richiesta, il Gup, dott. Benedetto Ruberto, con avviso datato primo febbraio, ha fissato l’udienza preliminare per il 7 giugno 2019, alle ore 9.00, presso il Palazzo di Giustizia di via Marche. Un risultato importante e a lungo atteso per i familiari della vittima e per Studio 3A-Valore S.p.A. che li assiste, convinti fin da subito che si trattasse di un grave, assurdo ed evitabile caso di mala sanità con le relative responsabilità, nonostante le “pressioni” della struttura ospedaliera, che intendeva “archiviare” il decesso come un “banale” infarto e che invece ora dovrà rispondere fino in fondo delle fatali omissioni del proprio personale.

Pesce, già affetto da cardiopatia dilatativa, il 15 dicembre 2016 si era recato al Pronto Soccorso di Castellaneta per “dispnea ingravescente”. Dopo una consulenza cardiologica con diagnosi di scompenso cardiaco congestizio, era stato ricoverato in Cardiologia e sottoposto a una terapia che ne aveva migliorato le condizioni. Alle 9 del 17 dicembre, però, è stato trovato nella sua stanza “a tratti disorientato”, e poi, alle 10.15, ha accusato un’improvvisa perdita di coscienza rovinando per terra dal letto dov’era seduto. L’impatto con il capo contro il pavimento è stato tremendo: il 64enne ha riportato un violento trauma cranico e facciale e dopo tre ore è spirato.

La tragedia ha scosso i familiari: Pesce ha lasciato la moglie e cinque figli. I quali, peraltro, non hanno ottenuto informazioni chiare sull’accaduto, anzi, si sono scontrati con la Direzione Sanitaria che intendeva procedere con il riscontro diagnostico (l’autopsia interna) negando loro la possibilità di nominare un medico legale di fiducia e asserendo che il decesso era dovuto a un infarto, come se la caduta non fosse mai successa. Di qui la decisione di presentare un esposto ai carabinieri di Castellaneta e di affidarsi, tramite il consulente personale Luigi Cisonna, a Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini che, per ottenere giustizia per i propri assistiti, oltre che sul fronte penale, si è subito attivato anche sul piano civile con l’Azienda Sanitaria per ottenere, appunto, un equo risarcimento.

Il Pm della Procura tarantina, dott. Buccoliero, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e, in attesa di chiarire i fatti, ha inizialmente iscritto nel registro degli indagati tutti i sanitari che hanno avuto in cura la vittima: dieci tra medici e infermieri dei reparti di Cardiologia, Anestesia Rianimazione e Radiologia. Inoltre, il Sostituto Procuratore, come invocato dai familiari della vittima, ha disposto il sequestro di tutta la documentazione medica e l’esame autoptico, incaricando la dott.ssa Stefania Concetta Bello, specialista in medicina legale e dottore di ricerca all’Università di Foggia che il 16 ottobre 2017 da depositato la sua perizia. La CTU ha dissipato ogni dubbio sulla causa della morte, individuata nella “insufficienza respiratoria acuta in lesioni cervico-midollari (frattura del soma di C5 con contusione midollare) e trauma cranico, riportati a seguito di caduta”: Pesce è deceduto proprio per i postumi di quel tonfo dal letto. Il medico legale si è poi soffermata sugli accorgimenti da adottare per ridurre il pericolo di cadute accidentali all’ospedale: “controllare e valutare i pazienti a rischio, accompagnarli al bagno a intervalli regolari, verificare il livello di autonomia nei trasferimenti e la stabilità durante la deambulazione, fornire il sistema di chiamata e utilizzare le spondine nel letto”. Ed è qui che haindividuato le responsabilità dei sanitari nella gestione del paziente, con particolare riferimento per quella infermieristica. La dott.ssa Bello sottolinea come una delle infermiere avesse riportato nel suo diario allegato alla cartella clinica: “ore 9.00: paziente vigile a tratti disorientato”. “Questo segno clinico avrebbe dovuto costituire di per sé un elemento sufficiente atto a intensificare considerevolmente la sorveglianza clinica attiva e continua del paziente da parte del personale infermieristico – spiega – E ancor più avrebbe dovuto imporre l’allerta del medico di reparto e la messa in atto di provvedimenti anche pratici finalizzati a prevenire l’evento caduta”. E invece, conclude, “non vi è stato un attento monitoraggio clinico del paziente, se non per il solo rilievo dei parametri vitali, ed ancor più non vi è stato un attento esame neurologico, che anche il personale infermieristico è chiamato a effettuare compiutamente ancor prima del personale medico, non vi è stata tanto meno alcuna richiesta di visita medica né sono stati presi provvedimenti pratici in capo al personale infermieristico, nello specifico l’impiego di spondine al letto”.

Esaminata la perizia, preso atto che la morte è stata causata dalla rovinosa caduta dal letto e che essa è “da attribuire al personale infermieristico in servizio in qual momento”, il Pm ha dunque chiesto l’archiviazione per nove dei dieci indagati, ma ha confermato la continuazione del procedimento e l’apertura di un fascicolo ad hoc per A. D. L., oggi 42 anni, di Palagianello, l’infermiera in turno di servizio quel mattino in Cardiologia che aveva annotato nel diario infermieristico “paziente vigile a tratti disorientato”. E alla fine delle indagini preliminari per la sanitaria è scattata la richiesta del processo, dal quale i familiari di Antonio Pesce si attendono finalmente giustizia.”

 

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