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«Io tra zone di crisi a salvare vite mentre il nostro governo fa accordi con la Libia»

Gennaro Giudetti, il 26enne volontario tarantino, che a bordo della Sea-Watch opera per il salvataggio dei migranti nel Mediterraneo

«O rimanevo in Italia criticando le disparità sociali nel mondo oppure andavo lì, sul posto, dando il mio contributo».
A parlare è Gennaro Giudetti, tarantino di 26 anni, che dal 2010 ha deciso di schierarsi dalla parte della difesa dei diritti civili con le ONG, organizzazioni umanitarie non governative. Mettere a rischio la propria vita per salvarne altre è la sua missione.
Gennaro parla 5 lingue e pur essendo giovanissimo è già stato in vari posti del mondo dove nelle zone di conflitto i diritti umani vengono costantemente violati: Colombia, Polonia, Albania, Libano, Siria, Libia. In quei posti molta gente ogni giorno viene imprigionata, torturata e uccisa.
Qualche anno fa, Gennaro, aderisce al “Gruppo Nonviolento di Pace” che fa capo all’ “Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII”: una associazione presente in 27 paesi di tutti i continenti che opera nel vasto mondo dell’emarginazione e per la liberazione degli oppressi e la rimozione delle cause che generano le ingiustizie. E’ il trampolino che lo porterà ad operare, anche in collaborazione con “Medici Senza Frontiere”,  in acque internazionali.
L’ultima sua missione è stata quella nel Mar Mediterraneo a bordo della nave tedesca “Sea- Watch”, una delle navi facenti capo alle ONG. Navi che hanno cercato di salvare la vita a quanti partendo dalle coste della Libia per raggiungere l’Italia, a bordo dei barconi,  scappano dai conflitti africani.
Dall’inizio di maggio, in soli 4 mesi, sulle nostre coste sono arrivate oltre 24.000 persone. Sono numeri altissimi rispetto all’anno scorso e in molti hanno puntato il dito contro le organizzazioni umanitarie che hanno cominciato a recuperare i  migranti avvicinandosi sempre di più alle acque territoriali libiche.

Ma cosa accade nelle acque internazionali, e perché attualmente molte di queste navi hanno smesso di operare nelle zone di conflitto?
Per trovare una soluzione a questo flusso incontrollato di migranti, il nostro governo si è affidato al Ministro degli Interni Marco Minniti che ha rafforzato gli accordi con la Libia stanziando soldi, navi e programmi di addestramento. In cambio la Guardia Costiere libica ha

Sea-watch mission 6 – 2017
Photo: Jacob Ehrbahn/Politiken
jacob.ehrbahn@pol.dk
Phone: 0045 30621001

aumentato i controlli riportando indietro tutti i barconi partiti dalle loro coste.
Gennaro ha vissuto in prima persona il prima dell’emergenza e il dopo: «Abbiamo operato nelle acque internazionali, zona SAR, del Mediterraneo dove intervenivamo dopo aver avvistato le imbarcazioni in difficoltà oppure quando era lo stesso MRCC (centro di coordinamento del soccorso marittimo, ndr) di Roma a darci il via».
«Il tempo per mettere in salvo le persone è risicato – racconta Gennaro -. Solitamente un

 

gommone o una barca in avaria ci mette pochi minuti per affondare portandosi con sé vite umane. In quei minuti sei tu a decidere chi deve vivere e chi morire. Ma adesso, dopo gli accordi tra il governo italiano e la Libia, anche le zone SAR (zone di ricerca e soccorso in acque internazionali, ndr) sono gestite dalla Guardia Costiera libica che in alcune occasioni ha anche aperto il fuoco verso le navi ONG. Quindi non solo hai poco tempo per salvare la gente che sta annegando ma devi finire l’operazione prima che arrivi una nave militare libica».
In altre parole: questa gente scappa dalle zone di conflitto perché rischia torture o morte ma viene consentito alla Marina Militare libica, pagata e supportata dal governo italiano,  di intervenire in acque internazionali per recuperare le persone che poi vengono rinchiuse nelle loro carceri. Tutto questo per fermare il flusso degli sbarchi in Italia.

«Tu immagina quello che accade: un’imbarcazione che affonda in acque internazionali. I primi che si cerca di trarre in salvo sono i bambini perché sono quelli più leggeri e galleggiano. Poi passi alle donne che nella maggior parte dei casi sono incinta. Qua la situazione precipita: loro sono le più pesanti e tendono ad andare a fondo presto. Si aggrappano al tuo braccio e ti implorano aiuto. Ma tu sei uno loro sono 10, 20 che urlano, piangono, ti chiamano, implorano la salvezza».
Quante ne hai viste morire?
«Sono morte davanti ai miei occhi 7 donne. In uno dei salvataggi un’imbarcazione era piena di donne e bambini. Arrivati sul posto trovammo una situazione infernale: urla e corpi ormai privi di vita. Iniziammo a prendere i bambini per le braccia, i piedi, la testa cercando di salvarne il più possibile. La stanchezza in quei momenti non la senti perché l’adrenalina è troppo forte. Pensi solo a salvare vite.
Sul mio braccio si erano aggrappate 6 donne nigeriane che guardandomi negli occhi cercavano disperatamente aiuto. Ma tu non riesci a tirarne su 6 di persone che iniziano a bere acqua e ad annegare.
I loro sguardi non li dimenticherò mai: sapevano che sarebbero morte in una manciata di secondi ma non mollavano il mio braccio perché la loro vita dipendeva da quel braccio. In quei momenti non ce la fai nemmeno a pensare e sei tu a decidere chi deve vivere o morire. Quella volta ho visto morire sotto i miei occhi 3 donne. Le ho viste andare a fondo mentre si dimenavano e mentre l’ossigeno dei loro polmoni si svuotava creando enormi bolle d’acqua. E’ solo una questione di secondi e la loro vita finisce così. E’ terribile, questo non è giusto
».
Cosa hai provato in quel momento?
«Tanta rabbia. La guerra fa schifo. Queste scene le farei vedere ai vari ministri che firmano gli accordi. Farei vedere a queste persone la faccia di una donna nigeriana, incinta, che aggrappata al mio braccio mi guarda e grida: “non abbandonarmi, non mi lasciare” mentre  io sono costretto a scegliere se salvare lei o un’altra, manco fossi il Padreterno».

Attualmente la nave umanitaria Sea-Watch sta cercando di ritornare nel Mediterraneo dopo aver avuto uno stop di carattere burocratico. Le altre imbarcazioni, invece, dopo l’accordo Italia-Libia sono state costrette a rientrare in quanto diventa troppo pericoloso effettuare i soccorsi in acque internazionali visto che la Marina libanese è pronta anche a fare fuoco.
Gennaro, però, ha deciso di ritornare a bordo della Sea-Watch. Lui non ha paura di perdere la propria vita: sa che quella degli altri dipende dal suo esserci.

Antonello Corigliano

PH: Sea-watch mission 6 – 2017
Photo: Jacob Ehrbahn/Politiken
jacob.ehrbahn@pol.dk
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