LECCE- «Una stanza senza libri è come un corpo senza anima (Sine libris cella, sine anima corpus est)»; «Se presso la biblioteca ci sarà un giardino, nulla ci mancherà (Si hortum in bybliotheca habes, deerit nihil)». E meglio ancora, ricordando un recente tweet di Massimo Bray, uno dei migliori ministri della cultura che la nostra Repubblica abbia avuto, citando sempre Marco Tullio Cicerone: «Se possedete una biblioteca e un giardino, avete tutto ciò che vi serve nella vita».

Abbiamo messo assieme in queste poche righe il passato più lontano e quello più prossimo per dimostrare come il tempo, quello che tutti temiamo quando presenta il suo conto sui nostri volti con le pieghe delle rughe, è, di fatto, annullato attraverso pochi elementi: un libro e lo spazio rappresentato da una libreria o una biblioteca. Cos’è quest’annullamento se non l’estensione di un pensiero, di un gesto, forse anche ripetitivo, come quello di scorrere gli occhi su uno scaffale o come quello di stendere il braccio per prendere un volume, sentirne il fruscio generato dalle copertine che si sfregano fra di loro. E poi ancora il colpo secco del libro poggiato sul tavolo del bibliotecario con cui si mette fine al rito della scelta.

Abbiamo voluto soffermarci su quest’aspetto narrativo, che forse sarebbe piaciuto a Marcel Proust, per raccontarvi una giornata speciale tenutasi ieri presso l’ex refettorio dell’antico seminario di Lecce alla presenta di Sua Eccellenza l’Arcivescovo Michele Seccia, dell’Assessore regionale alla Cultura Loredana Capone e Aldo Patruno direttore del Settore Cultura della Regione Puglia.

In questi ultimi anni l’ente di viale Capruzzi a Bari ha dato vita ad un piano di ristrutturazione culturale della società davvero senza precedenti. Mai erano stati, infatti, impiegati così tanti fondi europei per la realizzazione di biblioteche pubbliche ad esempio. E non solo visto che c’è stato un vasto programma di finanziamento di attività culturali come i laboratori di fruizione. L’elenco è lungo e potrebbe continuare sacrificando, però, righe e parole a quello che è, invece, il vero spirito di un’iniziativa la quale vuole il coinvolgimento, attraverso bandi pubblici, delle singole comunità. Quello presentato ieri in arcidiocesi a Lecce è un ulteriore passo avanti perché ha visto il coinvolgimento delle Diocesi di Puglia. Quello religioso è, infatti, un patrimonio enorme e fondamentale nella definizione della voce culturale della Puglia e più in generale del nostro Paese tutto. Il salto qualitativo fatto in questo nuovo bando è stato proprio quello di convincere l’Europa (erogatrice dei fondi) a considerare i beni culturali delle diocesi come pubblici. A giudicare dai dati esibiti oggi, la Puglia si qualifica come una delle regioni più virtuose ed attive per progetti presentati e finanziati; verrebbe da pensare addirittura ad un modello per tutte le altre se non fosse per il fatto che dobbiamo superare un gap elevato almeno rispetto al numero di biblioteche per abitanti. C’è uno spazio del mito nel quale la sola evocazione, il solo pronunciare un nome restituisce la vita anche a chi non è più. In quella sala, questa mattina, vi è stato, fra i tanti nomi, anche quello di una figura d’intellettuale singolare, Alessandro Leogrande, da poco scomparso, uno dei più attivi nella redazione del piano strategico cultura della regione. Una biblioteca non è solo una biblioteca ma un binomio inscindibile dove si incontrano lo spazio e il tempo di una comunità, essa diviene così lo specchio di una identità, quella di una terra e dei suoi abitanti. Un libro non è mai vecchio, un investimento in una biblioteca non è mai una perdita perché genera sempre umanità.

Un altro aspetto innovativo della proposta è quello relativo ai recuperi degli immobili. Non più solo il restauro, non più solo l’operazione chirurgica del lifting edilizio ma interventi che facciano un passo oltre guardando all’edificio in termini di futuro, di quello che esso potrebbe diventare. Uno stimolo alla progettazione, il tentativo di riuscire a dare un’anima a ciò che di fatto l’ha solo momentaneamente obliterata. E qui veniamo a quella che non vuole essere una critica ma l’indirizzo per un’ulteriore possibilità di approfondimento. Fin da tempi non sospetti proprio l’assessore Capone si è dimostrata sensibile a un’esigenza tutta particolare da cui è nata l’idea di generalizzare l’accesso al pubblico dei cantieri di restauro finanziati dalla regione. Se un bene culturale non è fruibile anche nella sua fase di cura come quella di un restauro architettonico, esso non ha modo di passare nel codice genetico sociale di ognuno di noi. Questa forma di partecipazione ai dolori di un edificio è ciò che trasforma un utente distratto in cittadino con la sua responsabilità. I beni culturali non si hanno né si possiedono, essi diventano simboli identitari di un processo che è umano prima ancora che edilizio. Una chiesa, un convento non erano solo pietre, decorazioni ma prima di tutto spazi di una identità in grado di generare tempi anche diversi ed anche lontani dall’origine come gli attuali. In queste ultime parole se ne annida un’altra che curiosamente non è mai stata pronunciata nella sala di questa conferenza mattutina e la critica è qui. Quella parola è ricerca. Se quegli edifici tornano a parlare, a diventare evocanti di un passato ma anche di un futuro comune questo lo si deve all’attività di ricerca di chi, attraverso libri antichi, documenti, biblioteche, archivi, cerca di far risuonare la voce di quelle opere del passato. Ecco, l’attenzione alla ricerca storica, riteniamo possa essere l’elemento da isolare ed evidenziare ancora di più non fosse altro perché essa corrisponde a quella volontà di introspezione di un edificio che, se rapportata alla vita di una persona, finisce con il far dare un senso al passato e a far capire che una ruga su un volto è molto più bella di un lifting chirurgicamente perfetto. Qualcuno potrebbe parlare di elogio dell’imperfezione, qui preferiamo riferirci all’elogio di un’umanità finalmente più libera.

Fabio A. Grasso

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