Intervista ESCLUSIVA per il  SETTIMANALE PUGLIAPRESS  a Roberta Bruzzone

«Le dichiarazioni dei genitori sono quelle delle bande criminali della peggior risma»

La criminologa analizza le componenti scatenanti dell’omicidio della 16enne di Specchia

di Antonello Corigliano

 «Voleva che ammazzassi la mia famiglia. L’ho uccisa per questo». Scarica le colpe sulla fidanzata, il suo presunto assassino, Lucio Marzo, il fidanzato di Noemi Durini uccisa giorno 3 settembre a Specchia (Lecce).  Lucio l’avrebbe uccisa e abbandonata sotto un mucchio di pietre al bordo della strada: «… quello che ho fatto è stato per l’amore che provo per voi. Noemi voleva che io vi uccidessi per potere avermi con sé».
Abbiamo sentito la criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone. Con lei abbiamo cercato di capire in che contesto familiare si è consumata la tragedia.

Tessuto sociale e familiare: quanto hanno inciso in questa vicenda?

«Siamo indubbiamente in presenza di un conflitto, una guerra tra famiglie. Quando il papà del presunto assassino reo confesso, il 17enne Lucio Marzo, ha appreso dell’uccisione della ragazza, ha espresso parole orribili dalle quali si evince un odio incomprensibile. Non penso che una ragazza così giovane, solo 16 anni, possa generare un rancore di tale portata. Anche le parole della madre, subito dopo aver appreso la notizia, sono a dir poco agghiaccianti. A telecamere accese dice: “Meglio che sia morta lei che noi tre” e queste testimoniamo un ambiente genitoriale assolutamente inadeguato per il minore. E’ chiaro che il clima familiare, da parte della famiglia di lui, ha contribuito grandemente alla commissione del delitto».

Quindi il tessuto familiare in questi casi incide molto nella commissione di fatti di questo genere?

«Questo è fuori discussione e il caso di specie non è ne il primo non sarà l’ultimo fatto dettato dall’ambiente familiare. Le dichiarazioni dei genitori sono quelle delle bande criminali della peggior risma. Parliamo di genitori con una età anagrafica importante. Davanti ad una gravità così sconvolgente colgono l’occasione per attaccare e denigrare la vittima quasi come a giustificare l’operato del figlio. Tutte le dichiarazioni dei genitori sono volte ad alleggerire la posizione del figlio attribuendo la responsabilità del gesto al comportamento di Noemi.
Le dichiarazioni di Lucio, fatte in seconda battuta, “l’ho uccisa perché ho dovuto evitare che lei sterminasse la mia famiglia” sono esattamente le stesse parole pronunciate dai genitori ancor prima che gli stessi sapessero della confessione di Lucio. Ecco perché faccio fatica a pensare che il padre di Lucio fosse allo scuro di tutto».

Dottoressa, le leggo il virgolettato di un articolo del Quotidiano di Lecce: «Non sapevo nulla e mai avrei aiutato mio figlio a commettere un simile gesto. Lucio mi ha detto dell’omicidio la sera prima del ritrovamento del corpo di Noemi e mi ha comunicato anche la sua decisione di volersi costituire ai carabinieri. Io gli ho risposto: “Se hai le palle ci devi andare da solo”…»

«Se questo virgolettato, di una gravità inaudita, venisse confermato vorrebbe dire che quello a cui abbiamo assistito durante la puntata di “Chi l’ha visto?” è una recita. Sapeva tutto e lo sconvolgimento che ha offerto alle telecamere sarebbe una messa in scena disgustosa. Davanti ad una confessione di questo genere un genitore non può dire “vai e costituisciti” ma lo porti tu dai carabinieri. Parliamo di un minore, con problemi psichici, a quanto pare, e con tre TSO alle spalle. Tutto questo è di una gravita assoluta».

Il papà di Noemi, però, è quasi certo che Lucio si è autoaccusato di un delitto commesso dal padre.

«Al momento, sulla scorta delle indicazioni che ci sono, mi pare di escludere questo. La causa di morte della 16enne è compatibile con le dichiarazioni fatta dal 17enne. Che il padre di Lucio possa avere un ruolo nell’uccisione della ragazza, al momento lo escluderei. Se parliamo del fatto che possa aver avuto un ruolo nella gestione dopo il delitto sarebbe ampiamente prospettabile. Questa ultima ipotesi è al vaglio degli inquirenti. Il padre di Lucio è indagato in concorso di occultamento di cadavere».

Ha avuto modo di analizzare la personalità del reo confesso, presunto assassino?

«Sulla scorta di quello che è emerso abbiamo a che fare con un ragazzo con una personalità abnorme: sicuramente un disturbo della personalità, come minimo, e totalmente incapace di gestire la frustrazione e la rabbia. E qui siamo nell’area del disturbo antisociale. Un disturbo che normalmente conferma la piena imputabilità».

Sulla personalità della giovane vittima si è fatta un’idea?

«E’ emerso che c’era un provvedimento che affidava la ragazza ai servizi sociali pur mantenendo la collocazione presso l’abitazione dei genitori. Sicuramente una ragazza che arriva da un nucleo familiare indubbiamente problematico che ha influito sulla sua stessa personalità. Purtroppo questo elemento ha giocato a suo sfavore: l’ha esposta a questo tipo di relazione, la ragazza aveva di sicuro degli aspetti problematici tant’è che ha scelto come partner chi amplificava questa  dimensione psicopatologica.

Ci sono state una serie di denuncie presentate ai carabinieri dai rispettivi genitori. I genitori di lui denunciano Noemi per stalking, i genitori di lei per lesioni. A cosa servono queste denunce se poi la violenza è più veloce della giustizia?

«In una situazione così esplosiva, con minori coinvolti e con problematiche importanti, è chiaro che la tempestività sarebbe dovuta essere garantita. Però dai tempi che ho letto, da un articolo apparso su Repubblica, mi pare di capire che sia i servizi sociali che il tribunale per i Minori si siano attivati subito. Poi il provvedimento del tribunale è arrivato qualche mese dopo, complice forse anche il periodo estivo. In quel mese la situazione si è esasperata ulteriormente. Una vera e propria polveriera tra le due famiglie con accuse e controaccuse. Se quel provvedimento fosse arrivato prima, disponendo la collocazione della ragazza da un’altra parte, oggi non saremmo qui a parlare di questa tragedia. Il fattore tempo è fondamentale».

Dottoressa Bruzzone, i talk ormai sono diventati aule di tribunali e i giornalisti veri inquirenti. E’ giusto dedicare trasmissioni televisive intere su questi fatti?

«Secondo me è giustissimo parlarne purché a parlare siano persone che abbiano esperienza e titolo. In questo momento bisogna dare informazioni certe e vere, bisogna rassicurare l’opinione pubblica. Capisce bene che i genitori adesso, che hanno figli adolescenti, che magari manifestano qualche problematica con il fidanzatino, sono nel terrore. Io penso che i genitori qualche domanda se la stiano facendo: su chi hanno in casa e su chi frequentano i loro figli».

Che idea si è fatta di questa storia?

«Credo che ci troviamo di fronte all’ennesimo esempio di come si discosti la legge applicata da quello che la stessa prevede. I due ragazzi di questa vicenda non avevano gli strumenti, personali e familiari, per potersi fermare in tempo. Ed è proprio in questi casi che le Istituzioni hanno l’obbligo di intervenire rapidamente per supportare l’assenza di strumenti di contenimento autonomi e familiari. Credo che qualcuno abbia sbagliato».


 

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