Dal Settimanale PugliaPress – di Elena Ricci

Il gioco – è risaputo – è la prima fonte di apprendimento per un bambino. Attraverso il gioco il bambino impara a conoscere se stesso e chi lo circonda, impara a confrontarsi con gli altri e impara a muoversi nell’ambiente circostante. Attraverso la dimensione del gioco il bambino socializza e fa propri molti valori: impara l’importanza dei ruoli e del rispetto delle regole finalizzate al raggiungimento di un obiettivo e la risoluzione dei problemi, il cosiddetto “problem solving” di Dewey. Quando parliamo di gioco, ovviamente ci riferiamo al gioco libero, in strada, tra bambini e non di certo a realtà virtuali ed elettroniche che portano il bambino a confrontarsi solo e soltanto con una macchina. I bambini di oggi conoscono il gioco libero? Escono a giocare? “Un’ora di gioco libero al giorno”. È questo il contenuto di una prescrizione medica che la dottoressa Annamaria Moschetti, pediatra, ha rilasciato ad un suo piccolo paziente. «La mia prescrizione nasce in seguito all’ennesima lamentela da parte di uno dei miei piccoli pazienti – spiega – si tratta di un piccoletto di appena 10 anni al quale, tra le altre cose, ho chiesto se uscisse in strada a giocare. Lo chiedo sempre, fa parte dei miei compiti assicurarmi che lo sviluppo dei miei piccoli pazienti sia armonico». Il piccolo ha risposto alla dottoressa che non ha tempo per uscire a giocare perché i compiti da svolgere dopo la scuola sono tanti. Da come ci racconta la dottoressa Moschetti, il si tratta di un bambino molto studioso e con voti molto alti a scuola. «Ho deciso di difendere il mio paziente – dice la dottoressa – e gli ho chiesto se a fronte di tutti i 10, preferisse prendere 8 ma avere un’ora libera per giocare. Il bambino ha risposto ovviamente di preferire un 8, ma un’ora libera di gioco». Da qui dunque, la prescrizione. «Ho detto lui di fare i compiti più importanti, e di uscire a giocare, dicendo poi alla maestra che si tratta di una prescrizione della sua pediatra».
La dottoressa Moschetti durante gli anni della specializzazione ha lavorato come medico penitenziario «Anche i detenuti hanno diritto ad un’ora d’aria. I bambini che io osservo e seguo, non hanno neanche quella perché sono oberati di compiti. Questa è la verità. Sono oberati di compiti e soprattutto la città non è più a misura di bambino. Questo è un dato fondamentale. I genitori mandano i propri figli in piscina o in palestra. I bambini passano dal maestro al mister e non hanno la possibilità di spazi e di tempi per praticare il gioco libero che praticavano i bambini delle generazioni precedenti».
Viene a mancare dunque quel rapporto tra pari in assenza di un adulto che insegna loro ad avere dei conflitti e come affrontarli, superarli e gestirli in maniera autonoma.
«I bambini oggi hanno poco spazio di gioco all’aria aperta. Dove dovrebbero andare? Le strade sono diventate le sole piste che servono agli adulti per spostarsi da una parte all’altra. La strada un tempo era un luogo di incontro, le persone circolavano e c’era un controllo sociale».
Dunque, da un lato vi è un eccessivo ricorso ai compiti, i bambini ne hanno troppi finendo per non avere tempo da dedicare al gioco; in secondo luogo vi è la mancanza di spazi.
Dove invece vi sono gli spazi, a detta della dottoressa Moschetti ci sono poi le preoccupazioni dei genitori legate al freddo, infezioni o incidenti. «C’è un sistema di vita costruito dagli adulti che viola il diritto dei bambini, al gioco, riconosciuto dalla carta dei diritti per l’infanzia».
C’è poi un’altra questione che la dottoressa vuole portare all’attenzione: i bambini a scuola entrano alle 8.00 del mattino ed escono intorno alle 13.30. In questo arco di tempo fanno solo un piccolo intervallo. «Non è possibile tenere alta l’attenzione di un bambino per oltre venti minuti di fila. In una giornata così lunga ci dovrebbero essere almeno 2-3 intervalli di 15 minuti in cui i bambini dovrebbero alzarsi – e prosegue – i bambini del mio ambulatorio, da quanto mi riferiscono i genitori, spesso quando tornano a casa non hanno voglia di sedersi per pranzare, perché l’idea di stare seduti gli fa venire la nausea. Non è possibile tenere i bambini inchiodati alle sedie dalle 8.00 alle 13.30». Su alcuni luoghi di lavoro, pensiamo ad esempio i call center, è prevista una pausa di 15 minuti ogni due ore.
Da quanto ci dice la dottoressa non c’è nessun apprendimento intellettivo che possa ritenersi compiuto se non esiste la possibilità di uno sviluppo fisico.
In giornate brevi come quelle invernali i bambini tornano a casa e finiscono per non vedere la luce del sole per intere settimane: «Recentemente noi pediatri riscontriamo una scarsità di vitamina D nel sangue dei bambini determinata da una scarsa esposizione solare. Il ché è paradossale, per noi che viviamo in un clima mediterraneo».
I bambini hanno bisogno di più tempo da dedicare al gioco e hanno bisogno di loro spazi liberi. La dottoressa solleva anche un’altra questione: i compiti nel week end o i cosiddetti “compiti per le vacanze” durante le vacanze estive o le festività. «Come gli adulti, anche i bambini hanno il diritto di riposare e di vivere le festività in famiglia senza il pensiero dei compiti. Anche interfacciarsi con i cuginetti, pensare al Natale come un momento di svago e conviviale, contribuisce al loro sviluppo».
Studiare, svolgere i compiti è importante: ma anche rapportarsi all’altro contribuisce all’apprendimento, a dispetto dei videogiochi o delle “baby sitter elettroniche” le TV. Il bimbo ha bisogno dei suoi spazi “a misura di bambino” in cui vivere le sue esperienze e sviluppare le sue capacità intellettuali.

© 2016, Elena Ricci. Tutti i diritti riservati

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