Quello di ieri è senz’altro il primo obiettivo raggiunto dall’ex allevatore Vincenzo Fornaro, al quale vennero abbattuti centinaia di ovini contaminati dalla diossina dell’Ilva. È stata infatti effettuata la prima raccolta della canapa seminata nell’aprile scorso nella masseria Carmine dell’ex allevatore Vincenzo Fornaro.

La coltivazione della canapa rientra in un programma di riconversione della azienda progettato con la collaborazione di “Canapuglia”. Dopo questo primo raccolto si passerà adesso alla seconda fase del progetto – realizzato anche grazie all’utilizzo di fondi regionali con il bando “Principi Attivi”-  ovvero al campionamento delle piante. Successivamente la canapa verrà trasformata in ben 25 mila prodotti ecosostenibili. Un risultato assolutamente soddisfacente per l’ex allevatore tarantino, che tra il 2008 e il 2010, subì l’abbattimento di 600 ovini, tra cui capre e pecore, contaminati da diossina e Pcb. Gli animali pascolavano in terreni non molto distanti dall’area dell’Ilva di Taranto, perciò risultarono contaminati: in totale furono 2000 i capi di bestiame, appartenenti a diversi allevatori,  che vennero macellati. È così che oggi assistiamo alla rinascita dell’azienda della famiglia Fornaro. Una rinascita che ebbe inizio il 5 aprile 2014 con la semina della canapa, di cui ieri si sono avuti i primi frutti.

La coltivazione avrà una valenza doppia perché, se da un lato l’azienda di Fornaro potrà ritornare a produrre, dall’altro la canapa coltivata in quei terreni avrà il compito di bonificarli per via delle sue proprietà. Questa pianta riesce infatti ad assorbire dal terreno le sostanze inquinanti che poi vengono stoccate nelle foglie e nel fusto. La canapa può essere utilizzata in svariati settori, dalla bioedilizia alla produzione di olio e carburante. E “come l’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri”, anche il signor Fornaro risorge dalle polveri della diossina che tutto gli ha portato via. In bocca al lupo.

Ciro Elia

Fonte immagine: bari.repubblica.it

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