set 11, 2010

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Dibattito sul referendum ILVA: Curto replica a Mazza

Riceviamo un intervento del consigliere regionale on. Euprepio Curto che espone la propria posizione sul referendum ILVA, avendo a riferimento l’ultima nota del consigliere regionale dott. Patrizio Mazza. Nell’ottica di favorire il più ampio e libero dibattito riportiamo integralmente la nota e attendiamo eventuali altri interventi. Dal 15 settembre riprenderemo ad essere presenti con la versione cartacea del nostro giornale e con tantissime novità. Affronteremo la questione referendum ILVA con molta attenzione e soprattutto ci impegneremo perchè uno strumento così importante di democrazia diretta non sia vanificato dall’astensionismo. Quella del 27 marzo 2011 è una occasione storica per i tarantini che potranno finalmente esprimere la loro opinione sul proprio futuro (qualunque essa sia).

(foto: i consiglieri regionali Curto (UDC) e Mazza(IDV)

Francesco Ruggieri

Mi sono interrogato a lungo se fosse opportuno interrompere l’assenza dai temi più sensibili che in questo particolare momento storico  interessano la provincia ionica, dopo che negli anni scorsi avevo tentato di fornire un modesto contributo a temi di assoluto rilievo, quali,  la questione Ilva,  Belleli e  amianto. Ho poi deciso di sì, e cioè che era opportuno farlo, dopo che ho assistito, incredulo,  al dibattito sul futuro dell’Ilva. O, meglio ancora, sulla ipotesi, anche referendaria, di una chiusura totale e definitiva  del più grande e importante centro siderurgico d’Europa. Ancora oggi un collega consigliere regionale incrementa il dibattito con  considerazioni e analisi che a me sembrano di una superficialità assoluta, nel mentre la città capoluogo e tutta l’intera area ionica sono alle prese con drammatici problemi occupazionali e di mancato sviluppo. Dico subito , a scanso di equivoci, che posso permettermi il lusso di difendere la presenza dell’Ilva a Taranto, in quanto la mia storia politica e personale dimostra senza ombra di dubbio che mai nel corso della mia attività parlamentare durata circa quindici lunghi anni  ho fatto concessioni di sorta al gigante siderurgico. E proprio questa libertà politica e intellettuale mi consente oggi di dire a chiare lettere che chiedere la chiusura dell’Ilva costituisce un atto di pura e semplice follia. Troppo semplice paralare sulla scorta di un sacro ( ? ) furore ideologico; troppo facile dissertare sull’onda di una strumentale campagna demolitoria del minimo buonsenso;  troppo elementare dare addosso all’untore solo perché, lungi  dal non rispondere agli interessi della città e del suo comprensorio, la creatura di Emilio Riva non risponde agli appetiti, molte volte immondi, di chi  utilizza a mò di clava il ruolo politico, istituzionale, sindacale  o sociale  che sia  del ruolo  ricoperto. Si vada a chiedere alle migliaia di lavoratori direttamente alle dipendenze dell’Ilva, e alle tante imprese occupate nell’indotto, se siano d’accordo sulla chiusura dello stabilimento. Si vada a chiedere ai tanti giovani di Taranto e dell’intero Salento, ancora speranzosi di una ripresa del settore, dopo i periodi grami,  conseguenza del dumping internazionale, se siano disponibili ad accantonare anche quest’ultima speranza di una occupazione stabile. C’è bisogno di una maggiore sensibilità verso la questione ambientale? Certo! E chi può metterlo in dubbio? Ma nessuno può negare che molti passi avanti siano stati fatti in questa direzione sia dalla Politica, sia dalla società civile, sia dai sindacati, ma anche dalla stessa Ilva. Si abbandoni, quindi, la strada dello scontro e ci si riappropri di quella del dialogo e del confronto. Anche perché, devo ammetterlo, non mi piace per niente  la criminalizzazione della grande industria, sia che si chiami Ilva, sia che si chiami Enel, sia che si chiami Alenia . Ancora oggi la grande industria, inserita in un solido e corretto rapporto organico con il territorio e con le sue istituzioni, costituisce una delle poche certezze di recupero dello sviluppo e dei livelli occupazionali. E l’assenza di alternative serie e valide conferma, una volta di più,  quanto siano utopistiche, aleatorie, quando non provocatorie, le varie tesi che di volta in  volta vengono offerte all’attenzione della opinione pubblica.  E’ vero che la vecchia Italsider costituì, all’epoca del suo insediamento, una forzatura, forse una violenza, rispetto alla vocazione naturale del territorio ionico. Ma oggi , nell’anno 2010, vi sarebbe  da gridare allo  scandalo  nel sostenere la tesi che dopo decenni di rapporto intimo con la città , sia pure  in qualche circostanza caratterizzato da una sorta  di autentico  amore-odio,  il siderurgico  è entrato a far parte organicamente del tessuto connettivo della società ionica,  ed  è quindi entrato a far parte di quegli elementi che in definitiva  formano  la cosiddetta vocazione naturale di un territorio e di una comunità? A me francamente pare di No.

Brindisi, 9 settembre 2010

Euprepio Curto

Consigliere regionale Udc

  1. NON SI E’ TRATTATO DI “FORZATURA” ..MA DI UN VERO E PROPRIO “STUPRO” NEI CONFRONTI DELLA NOSTRA TERRA…E MAI E POI MAI IL RISULTATO DI UNO STUPRO PUò ENTRARE A FAR PARTE “ORGANICAMENTE” DELLA SOCIETà JONICA”

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